Il Tirreno

Pistoia

Il carcere è più umano con un’infermeria e celle meno affollate

Pistoia, passi avanti negli ultimi due anni secondo la relazione del garante Antonio Sammartino, giunto al termine del suo mandato

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PISTOIA. Dopo tre anni di attività il garante dei detenuti del carcere di Pistoia, Antonio Sammartino, chiude il suo mandato. Tre anni di attività durante i quali questa figura, istituita a Pistoia per la prima volta nel 2011, ha svolto i compiti di osservazione, vigilanza e promozione dei diritti dei detenuti della casa circondariale Santa Caterina in Brana.

Il lavoro svolto durante il mandato, iniziato il 20 marzo 2012 e concluso a marzo scorso, è riassunto nella relazione finale firmata da Sammartino e che descrive lo stato di salute attuale del carcere pistoiese. Fra i traguardi positivi raggiunti e registrati ci sono quelli di una nuova infermeria (inaugurata a dicembre 2014) all’interno della casa circondariale e soprattutto l’abbassamento del numero di persone detenute: a giugno 2014 si contavano 86 reclusi, mentre a dicembre 2014 il numero è sceso a 64 (di cui 22 stranieri), a fronte di una capienza regolamentare di 57 persone.

“Grazie allo sfollamento carcerario, sono migliorate notevolmente le condizioni” scrive Sammartino . Un esempio sono le 19 celle singole del primo piano (che misurano 8,2 mq compresi gli spazi occupati dai mobili e suppellettili e 1,2 mq di bagno): dove in precedenza erano recluse tre persone per cella, adesso quasi tutte ospitano un solo detenuto.

Varie anche le attività attive all’interno dell’istituto: corsi formativi (per imbianchini o per la preparazione di piatti), corsi scolastici, attività culturali e l’accesso alla biblioteca.

Questi sono solo alcuni degli obiettivi raggiunti. Ma c’è ancora molto da fare. Alla voce “eventi critici” riscontrati all’interno del carcere nel 2014 restano alti i numeri delle autolesioni (33), degli scioperi della fame (15), seguiti dalle aggressioni tra detenuti (7) e tentativi di suicidio (2).

Al fianco del garante lavorano anche alcune associazioni pistoiesi, come “In cammino” e “Il Delfino onlus”. Si occupano dei detenuti in vari modi: dai colloqui personali alla ricerca di un lavoro, dal reinserimento in società alla distribuzione di beni di prima necessità, fino all’aiuto alle famiglie dei reclusi in carcere.

«L’autolesione o lo sciopero della fame spesso sono modi per attirare l’attenzione su certe cose, come la lentezza della macchina giudiziaria – spiega Adriano Mancini, responsabile dell’associazione Il Delfino – inoltre l’assistenza psicologica, psichiatrica e educativa all’interno del carcere è carente perché le ore sono poche». All’interno del carcere si contavano, al dicembre 2014, due educatori, uno psicologo (in attività un’ora al giorno per quattro giorni la settimana) e uno psichiatra (16 ore settimanali).

«Molti detenuti sono affetti da disagio mentale, e condividere la cella con uno di loro, per una persona non affetta da queste patologie può diventare devastante – spiega Mancini – molti altri sono tossicodipendenti: mandare in carcere queste due tipologie di persone è come mandarle in una discarica, i pochi colloqui con gli educatori e i professionisti e le cure metadoniche e psicotrope non sono niente a confronto delle reali necessità».

«Il tempo di una giornata, che per noi è di 24ore per loro diventa di 48ore» afferma Cinzia Salvi, volontaria de Il Delfino. È per questo che un’occupazione diventa vitale, e non solo per il reinserimento in società.

Eleonora Ferri

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