Attenzione
Omicidio Orefice, la difesa si affida a un rendering
Secondo la ricostruzione di una perita di parte, il bidone con i resti della vittima avrebbe dovuto essere scoperto prima se fosse stato sempre in quel posto
FIRENZE. «Il bidone con i resti di Rosario Orefice, se si trovava già nel capannone al momento delle due perquisizioni effettuate dalla Squadra mobile di Pistoia, la prima nel maggio del 2010, la seconda nel febbraio del 2011, si sarebbe dovuto vedere». La difesa di Luigi Orefice, unico imputato per l’omicidio del fratello Rosario, il 38enne di Serravalle Pistoiese, scomparso da casa nell’aprile 2010, e ritrovato cadavere, fatto a pezzi, un anno fa, nel capannone dell’azienda di verniciature di Casalguidi, che conduceva assieme al fratello, torna alla carica per difendere la totale estraneità dai fatti del suo assistito: e lo fa, attraverso una nuova perizia di parte fornita dall’architetto pistoiese Monica Bruni, che ha condotto lo scorso 3 marzo, assieme all’imputato Luigi Orefice e al suo avvocato Guido Tesi, sotto la supervisione di due agenti della polizia giudiziaria di Pistoia, un nuovo sopralluogo all’interno del capannone della ex L.R. Italverniciature.
I risultati della perizia di parte sono stati presentati ieri mattina nella nuova udienza del processo a carico di Luigi Orefice, in corso presso l’aula bunker del Tribunale di Firenze. L’architetto Monica Bruni ha ribadito davanti alla Corte d’assise quanto sostenuto già da tempo dalla difesa di Luigi Orefice: e cioè, l’impossibilità della mancata scoperta degli inquirenti, al momento dei due sopralluoghi, del fusto all’interno del quale era contenuto, immerso probabilmente in solventi chimici per vernici, il cadavere fatto precedentemente a pezzi attraverso l’uso di un flessibile, di Rosario Orefice.
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«Dal rendering 3D - ha spiegato in aula il consulente di parte - con cui abbiamo ricostruito l’ambiente interno al capannone, appare evidente, come attraverso una visione diagonale rispetto all’intercapedine larga 37,7 centimetri, presente fra la canna fumaria e la parete esterna del forno di verniciatura, in fondo alla quale era posizionato il bidone, questo si sarebbe potuto scorgere senza necessità di entrare all’interno del ristretto passaggio». Una tesi avversata però duramente dal pubblico ministero Claudio Curreli che ha fatto ammettere alla perita di essere arrivate alle sue conclusioni solo facendo una rielaborazione tecnica tramite software.
L’udienza di ieri mattina, oltre alla deposizione dell’istruttore cinofilo che effettuò il sopralluogo alla ricerca di tracce biologiche all’interno del capannone, “non ricordo di essere entrato - ha ammesso - all’interno né dell’intercapedine, né del forno di verniciatura”, è servita anche ad ascoltare la deposizione di Antimo Giuliani, l’imprenditore aretino titolare della ditta che ha prodotto la cabina di verniciatura in uso all’azienda di Luigi e Rosario Orefice.
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