Sicurezza
Orefice, nuove conferme dai periti
Delitto di Casalguidi, il liquido nel fusto compatibile con i solventi in uso nella ditta del fratello, accusato dell’omicidio
CASALGUIDI. Il liquido presente nel fusto in cui è stato ritrovato un anno fa cadavere Rosario Orefice, il 38enne di Serravalle Pistoiese scomparso nell’aprile del 2010, è compatibile, per composizione, con i solventi in uso nella ditta di verniciature, che la vittima, conduceva, fino al momento della sua scomparsa, assieme al fratello maggiore Luigi Orefice, oggi unico imputato per il suo omicidio e occultamento di cadavere. A dare la prova della piena compatibilità delle sostanze chimiche rinvenute all’interno del bidone, scoperto per caso nel marzo del 2014, dai nuovi affittuari del capannone della vecchia L.R. Italverniciature di Casalguidi, sono gli esami della Polizia Scientifica presentati ieri mattina in aula all’interno del processo a carico di Luigi Orefice. “I distillati etilbenzene, dimetilbenzene e trimetilbenzene, all’interno dei quali era immerso il corpo fatto a pezzi di Rosario Orefice - ha spiegato il perito della Polizia Scientifica, Damiano Ricci - sono compatibili con i componenti presenti in qualunque solvente e diluente per vernici”.
Nessuna certezza, invece, è emersa dalle analisi, riguardo alla presenza all’interno del fusto, di acido solforico, la sostanza corrosiva che avrebbe dovuto portare alla piena consumazione del cadavere, il cui utilizzo era stato ipotizzato dagli inquirenti al momento del ritrovamento del bidone: “vi sono sì tracce di ione cloruro - ha proseguito Ricci - classico residuato di acido solforico, che però possono provenire anche direttamente dal corpo della vittima. Se ad ogni modo vi fosse stato dell’acido solforico all’interno del bidone, questo - ha tagliato corto Ricci - sarebbe stato di modeste quantità”.
Nessun dubbio, invece, per quanto riguarda la presenza, sulla superficie esterna del fusto, di tracce di vernice bianca: la prova regina, quest’ultima, secondo l’accusa, di come il bidone si sarebbe già trovato nell’intercapedine a mezza altezza del tetto del forno di verniciatura, al momento dell’imbiancatura della parete laterale dell’officina, effettuata, secondo i teste già apparsi in aula, direttamente dall’imputato Luigi Orefice, assieme all’aiuto del figlio maggiore, nella primavera del 2013, un anno prima del rinvenimento accidentale del fusto. Se la vernice presente sul fusto è effettivamente la stessa utilizzata nell’imbiancatura della parete, durante la quale sarebbero accidentalmente cadute alcune tracce, sarà soltanto a stabilirlo una nuova perizia della Polizia Scientifica, che il pubblico ministero Claudio Curreli starebbe per apprestarsi a commissionare nel corso delle prossime settimane.
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L’udienza di ieri è servita poi anche alla difesa di Luigi Orefice, per produrre i risultati del nuovo sopralluogo effettuato lo scorso 3 marzo nel capannone ancora posto sotto sequestro nelle campagne di Casalguidi: “la larghezza dell’intercapedine fra la parete destra del forno di verniciatura e la canna fumaria, in fondo alla quale è stato rinvenuto il fusto con il cadavere di Rosario Orefice - ha spiegato l’avvocato dell’imputato, Guido Tesi - è di ben 38 centimetri. Qualunque persona con una normale corporatura avrebbe potuto effettuarvi l’ingresso, compresi gli agenti della Squadra Mobile di Pistoia, che a più riprese, nel maggio del 2010 e nel febbraio del 2011, effettuarono due distinte perquisizioni nel capannone senza trovare traccia di alcun bidone”.
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