Processo Orefice, ritorno nel capannone dei misteri
Il tribunale ha autorizzato un sopralluogo nell’azienda dove fu ritrovato il bidone con i resti di Rosario. Spunta una pista: e se ce l’avessero portato dall’esterno?
FIRENZE. Al processo a carico di Luigi Orefice, la difesa ottiene l’autorizzazione a effettuare un nuovo sopralluogo all’interno del capannone di Casalguidi della L.R. Italverniciature, posto attualmente sotto sequestro dalla magistratura. L’obiettivo della nuova perizia di parte, cui dovrà assistere un ufficiale di Polizia giudiziaria, è quello di produrre nuovi scatti fotografici capaci di dimostrare la piena visibilità del bidone, in cui è stato rinvenuto cadavere un anno fa Rosario Orefice, il 38enne di Serravalle scomparso nel 2010, per la cui uccisione è unico imputato nel processo a suo carico, il fratello Luigi. Quest'ultimo è proprietario del capannone ed è accusato di aver ucciso il fratello , di aver fatto a pezzi il cadavere e averlo poi nascosto nel bidone. Il tutto nel 2010, quando fu denunziata la scomparsa di Rosario (il caso arrivò anche alla trasmissione tv "Chi l'ha visto?").
Chiunque, all’interno dell’officina, si fosse portato nella parte retrostante il forno di verniciatura, insomma, avrebbe potuto vedere il bidone. «Si tratta di un’area - afferma l’avvocato Guido Tesi - in cui era presente un tavolo di lavoro e quindi normalmente utilizzata dagli operai che lavoravano all’interno del capannone: di qui sarebbe bastato entrare nel passaggio di circa 35-40 centimetri, presente fra la parete esterna del forno e la torre di aspirazione, per accedere, di lì a pochi passi, al basamento, alto circa un metro, al lato del quale, dietro la canna fumaria, è stato ritrovato il fusto contenente i resti di Rosario Orefice».
Un operaio presente nel capannone, è il ragionamento della difesa (che ha ricevuto ieri, in aula il via libera al nuovo sopralluogo da parte del presidente della Corte di assise, Ettore Nicotra), potrebbe anche non aver mai avuto la necessità di inserirsi all’interno dell’intercapedine: non però gli agenti della Questura di Pistoia, che nel maggio del 2010 e nel febbraio del 2011, effettuarono due distinti sopralluoghi all’interno del capannone. «Da come evidenziano i rilievi delle Polizia scientifica - continua Tesi - effettuati al momento del rinvenimento del fusto, un anno fa, questo non risultava nemmeno completamente coperto dalla canna fumaria, bensì posto in una posizione lievemente sporgente rispetto alla stessa torre di aspirazione e quindi visibile da dietro al forno di verniciatura. Delle due l’una: o ci troviamo davanti - fa sapere Tesi - ad agenti così maldestri da non riuscire a portare compiutamente a termine due distinti sopralluoghi, oppure il bidone è stato condotto all’interno del capannone dopo il 2011, dato, però, quest’ultima, che determinerebbe allora la piena caduta dell’intero impianto sin qui messo in piedi dall’accusa».
Nel corso dell’udienza del procedimento a carico di Orefice, è saltata ancora una volta la deposizione del cugino di secondo grado dell’imputato, Davide Orefice, la cui presenza in aula era stata richiesta congiuntamente sia dall’accusa che dalla difesa: la squadra mobile di Pistoia non è riuscita per la quarta volta a onorare l’ordine di accompagnamento coatto prescritto dal pm Claudio Curreli. «Abbiamo il numero di telefono - ha riferito in aula quest’ultimo - ma non risponde alle chiamate: gli stessi genitori non sono in grado di fornire informazioni circa la sua reale residenza».
E’ stata quindi espressa da parte del pubblico ministero la disponibilità alla rinuncia del teste, richiesta però respinta dalla difesa: un nuovo tentativo di condurre forzosamente in aula il familiare di Orefice, sarà portato avanti in occasione della prossima udienza, fissata per giovedì 19 marzo.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
