Il Tirreno

Pistoia

Buttano giù la porta e rapinano padre e figlia

di Massimo Donati
Buttano giù la porta e rapinano padre e figlia

Momenti di terrore in via Frosini nell’appartamento di un anziano ebanista «Mi hanno preso a cazzotti e a pedate, e poi quel coltello: tre selvaggi»

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PISTOIA. Caschi integrali in testa, hanno sfondato la porta dell’appartamento a calci e, una volta dentro hanno minacciato l'anziano padre e la figlia con un coltello, intimando loro, in un italiano stentato, di tirare fuori i soldi. Sono stati attimi di terrore quelli vissuti nella tarda serata di lunedì in un appartamento di via Frosini, a Pistoia, a due passi dalla stazione ferroviaria. Vittime della rapina, un anziano di 92 anni, Silvio Gelli, noto ebanista pistoiese, e la figlia di 56, Letizia, ancora comprensibilmente sotto choc quando, dopo che i tre banditi se ne erano andati dalla loro abitazione, hanno trovato il coraggio di uscire dal bagno in cui erano stati rinchiusi e scendere in strada per chiedere aiuto.

L'inquietante episodio si è verificato poco dopo le dieci di lunedì sera. I tre banditi - che dall'accento sembra fossero dell'est europeo - hanno dapprima sfondato con un calcio il vecchio portone in legno del condominio, che si trova al numero 21 di via Frosini, in una sorta di tunnel che dalla strada porta ad una corte sul retro delle antiche mura urbane. Quindi sono saliti fino alla porta d'ingresso dell'appartamento di padre e figlia, al secondo piano. Non è stato accertato per quale motivo abbiano scelto quell'obiettivo, se sia stato un caso o se sapevano che l’anziano artigiano proprio quel pomeriggio aveva riscosso alcune migliaia di euro per un prezioso lavoro di intaglio eseguito.

Fatto sta che, a calci, hanno sfondato anche la porta dell’appartamento e, impugnando almeno un coltello, sono entrati dentro. Nel condominio non abitano altre persone, per cui nessuno si è allarmato. Il rumore ha svegliato invece padre e figlia, che si sono alzati per capire cosa stesse succedendo. Mentre la donna veniva immobilizzata mentre correva verso la camera del padre che urlava, uno dei banditi ha puntato il coltello alla gola dell'anziano pensionato, per costringerlo a consegnargli il portafoglio.

«Hanno sfondato la porta, mi hanno perso a cazzotti, a pedate, mi hanno spaccato una spalla – racconta Silvio Gelli, disteso nel suo letto, dolorante per le botte ricevute e fiaccato dagli acciacchi dell’età – Erano dei selvaggi. Mai visto un affare così. Io ho fatto la guerra, sono stato ad El Alamein, mi hanno decorato, ne ho viste di cotte e di crude... Mi hanno messo un cencio sulla bocca, per non farmi gridare. Non respiravo. E poi quel coltello lungo così qua...».

Come detto, nonostante fossero soltanto le dieci di sera nessuno si è accorto di ciò che stava succedendo.

«Era finito da poco il gioco dei pacchi alla televisione – continua l’anziano artigiano – Ero stanco. Stavo mettendo la coperta sul letto quanod sono entrati. La prima parola che hanno detto è stata “portafoglio”. Secondo me sono venuti a colpo sicuro, ma non posso dirlo con certezza – prosegue riferendosi ai soldi incassati poche ore prima della rapina e ancora nel portafoglio del lavoro, in tasca alla giacca appesa all’attaccapanni – Io ho un altro piccolo portafoglio. Dentro c’erano 60-70 euro. Ho provato a dargli quello, a fare un po’ di resistenza. Ma quando mi hanno preso a botte mi sono detto: qui mi ammazzano... E allora gliel’ho dato. Ma non avevo paura per me, la mia preoccupazione era per la mia bambina, di là con quelle altre due bestie, nelle stesse mie medesime condizioni. Per fortuna è stata intelligente, ha fatto la brava».

Dopo aver avuto il portafoglio con all’interno circa 4.000 euro, i tre banditi hanno fatto entrare padre e figlia nel bagno e si sono messi a setacciare tutto l’appartamento, alla ricerca di altri soldi e oggetti di valore. Quindi, dopo una mezz’oretta, prima di dileguarso con il bottino (oltre al denaro, un orologio e qualche monile) hanno intimato alle loro due vittime di non uscire dal bagno, altrimenti li avrebbero ammazzati. E se ne sono andati strappando il cavo del telefono e staccando la corrente.

Per un po' padre e figlia sono rimasti là, impauriti, poi, in pigiama, sono corsi in strada per chiedere aiuto. In pochi minuti sul posto sono accorse le pattuglie della questura.

«È stata un’esperienza spaventosa, l’unica cosa che volevo salvare era la mia figliola – ammette Silvio Gelli – Fisicamente sono un cencio, ma in questo momento sono più arrabbiato. Ci hanno portato via tutto. Tutto quello che ci è rimasto eccolo lì – prosegue indicando le poche monete sul comodino – ma il discorso economico è relativo. In qualche modo farò, mia figlia ha una piccola pensione di invalidità. E un po’ d’orgoglio ce l’ho ancora. E poi, le persone brave a questo mondo esistono ancora, come i Neroni, giù – tiene a specificare riferendosi ai titolari del sottostante negozio di ciclomotori – Ci hanno aiutato in tutti i sensi, anche moralmente, ci hanno fatto anche la pastasciutta».

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