Sicurezza
Schiacciato col muletto e poi finito
Processo Orefice, il medico legale ha ricostruito la dinamica dell’omicidio avvenuto nel capannone di Casalguidi
FIRENZE. Prima schiacchiato contro il pavimento, o contro un muro, con un muletto, e poi finito con un colpo di arma da fuoco: così, secondo l’autopsia, può essere stato ucciso Rosario Orefice, il 38 enne di Serravalle Pistoiese, scomparso nell’aprile 2010, e ritrovato un anno fa, cadavere, fatto a pezzi, all’interno di un bidone rinvenuto nel capannone della ditta L.R. Italverniciature di Casalguidi: l’azienda, che la vittima, conduceva assieme al fratello Luigi, oggi unico imputato per il suo omicidio. I risultati degli esami autoptici sono stati al centro dell’udienza di ieri del processo, a carico di Luigi Orefice, che si è svolta presso l’aula bunker del Tribunale di Firenze: «Il trauma toracico rinvenuto sul cadavere - ha sottolineato il medico legale incaricato dell’autopsia, Alberto Albertacci - lascia ipotizzare uno schiacciamento del corpo, o contro un pavimento, o contro un’altra superficie dura».
Sul mezzo utilizzato per esercitare tale pressione, il medico legale si lascia andare ad un’ipotesi: «Al momento del sopralluogo nel capannone - racconta Albertacci - notai la presenza di un muletto: questo senz’altro - fa sapere - può essere il mezzo che ha procurato le due linee di frattura costale, rinvenute sul corpo». Un trauma toracico che potrebbe però non aver comportato da solo la morte di Rosario Orefice: «Sul colletto del golf indossato dalla vittima - ha proseguito Albertacci - è stato infatti rinvenuto un foro, compatibile con quello che può essere procurato da un proiettile». Se Orefice sia stato raggiunto prima di morire anche da un colpo di pistola non è però possibile accertarlo: il cadavere, sezionato con un flessibile e rinvenuto all’interno di un bidone contente del materiale acido, è risultato infatti privo sia di testa, che degli arti inferiori e superiori. Un espediente utilizzato dall’assassino, per tentare così di ostacolare ogni tipo di identificazione, che rende però di fatto anche impossibile il pieno accertamento della reale causa di morte di Rosario Orefice.
«Un colpo sparato all’altezza del collo - aggiunge Albertacci - avrebbe sì potuto provocare anche da solo l’immediata uccisione della vittima». Oltre al medico legale incaricato dell’autopsia, a sfilare fra i teste in aula, è stato anche l’ispettore superiore della Squadra mobile di Pistoia, Emilio Polidoro, che ha potuto riferire circa le intercettazioni ambientali registrate a bordo dell’auto dell’imputato: «A seguito di una denuncia per minacce, presentata, nei confronti di Luigi Orefice, da una spogliarellista di un night-club di Altopascio, nell’aprile del 2010 - spiega l’ispettore Polidoro - installammo nella sua auto un rilevatore Gps, per monitorarne gli spostamenti, assieme a un microfono ambientale».
Si rivelarono due le registrazioni, così rinvenute, che destarono la maggiore attenzione degli inquirenti: la prima, risalente al 15 giugno 2010, quando a Montecatini, vedendo la stripteuse, con cui aveva intrattenuto una relazione, che usciva dal proprio appartamento sotto cui si era appostato, Orefice, parlando fra di sé all’interno dell’abitacolo della propria auto, esclamò: «Una lei e due sono morti!». Pochi minuti più tardi avrebbe aggiunto una seconda frase, secca: «L’uccido!». La seconda intercettazione ambientale di maggiore interesse per gli inquirenti risale a un mese più tardi, quando Orefice è a bordo della propria auto assieme alla moglie: in uno sfogo con quest’ultima, si lascia andare a una pesante affermazione: «Ha voglia la polizia, a dire che sono stato io, ma voleva fare sempre - aggiunge riferendosi al fratello Rosario appena scomparso - come diceva lui, ma chi cazzo si credeva di essere». Un uso del tempo, all’imperfetto, che destò la maggiore sorpresa degli inquirenti: fino a quel momento, erano infatti impegnati nella semplice ricerca di un uomo scomparso, di cui non si poteva parlare al passato, come avendo la certezza che fosse già morto.
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