Il dolore
Dynamo Camp avrà una sua impresa agricola
A Limestre coltivazioni tradizionali all’insegna della biodinamica, allevamenti in libertà e attività ricettiva. Il progetto “Oasi” prevede l’impiego di venti dipendenti
SAN MARCELLO. Si chiama “Oasi Dynamo società agricola srl” e avrà lo scopo di contribuire, tramite la pratica sostenibile dell’agricoltura e dell’allevamento, alla conservazione dell’integrità e delle tradizioni del territorio montano. La nuova società, che a breve inizierà la propria attività nell’oasi naturale di Dynamo camp (1.200 ettari di terreno), è stata presentata martedì 10 febbraio da Serena Porcari, amministratore delegato di Fondazione Dynamo, e Roberto Orlandini, direttore di Dynamo Camp di Limestre, affiancati da collaboratori e progettisti.
Si tratta di un’impresa agricola a tutti gli effetti, declinata sulla ricettività agrituristica, la cui unicità, ha spiegato Orlandini, è la finalità sociale voluta e integrata con Fondazione Dynamo. «L’impresa sociale – ha detto Carlo Triarico, presidente dell’Associazione agricoltura biodinamica - non è solo carità. L’agricoltura ha in sé una forte carica sociale. Qui sarà praticata senza sopraffazione, laboratorio di innovazione per la biodinamica e di formazione per i mestieri, che produce contribuendo alla salvaguardia del territorio».
La filosofia della biodinamica – che persegue la fertilità del terreno e l’alta qualità dei prodotti senza sostanze chimiche e tossiche – guiderà la società. Dai 4 dipendenti attuali, figli di contadini che lavoravano sui medesimi terreni, è previsto l’aumento fino a 20, fra parte agricola e ricettiva.
Nel 2005 l’Oasi ottenne il riconoscimento di “area protetta” e l’affiliazione al Wwf, in sostituzione alla riserva di caccia. Dal 2007 vi si svolgono anche attività coi bambini malati ospiti del Camp. Ma i presupposti per un’agricoltura in armonia con l’ambiente vengono dal 1939, quando si decise di acquistare e recuperare questi terreni agricoli (già Azienda agraria Smi) per produrre cibo per chi lavorava nella fabbrica.
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Strade bianche e casali allora costruiti, saranno recuperati a fini escursionistici e di ricettività, oltre alla costruzione di “capanni” con tecniche di bioarchitettura, con legno locale (abbattendo superfetazioni recenti, senza aumentare dunque i volumi edificati) e riscaldati con fonti rinnovabili, per ospitare turisti consapevoli che potranno seguire programmi ludici e didattici a contatto con la natura.
L’impresa sociale, gemella di esperienze già avviate, recupererà colture, come i cereali, e pratiche tradizionali, come l’avicoltura, e svilupperà quelle già presenti. Oggi, ha spiegato il dipendente Ivano Sabbatini, si coltivano patate e si allevano, oltre ai cavalli per l’ippoterapia, bovini e circa 200 suini di cinta senese allo stato semibrado, col metodo biologico, poi trasformati dall’azienda Savigni di Pavana. I prosciutti così ottenuti sono apprezzati a Eataly a Torino.
L’obiettivo è recuperare all’allevamento anche 150 ettari di terreni a Campo Tizzoro già adibiti a balipedio della Smi. Gli immobili industriali saranno riruralizzati, esempio forse unico in Italia. I prodotti, anche per raggiungere la sostenibilità economica nei 5 anni previsti, saranno destinati per lo più al consumo per gli ospiti del camp e alla vendita diretta.
I tempi di attuazione, ha spiegato Orlandini, con un appello rivolto alle istituzioni, dipenderanno anche dalla velocità nel reperimento di risorse esterne.
Apprezzamenti da perte dei sindaci di San Marcello e Piteglio, vista l’esigenza di reinventare uno sviluppo per la montagna più attinente alla vocazione “verde” e rurale.
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