Sicurezza
Delitto Orefice, in aula spunta un possibile movente
Nuova udienza a Firenze sul delitto nell’officina di Serravalle che vede imputato il fratello della vittima, a confronto le due personalità: la formica Rosario e la cicala Luigi
PISTOIA. Nuova udienza giovedì 29 all’aula bunker di Firenze nel processo per l’omicidio e l’occultamento del cadavere di Rosario Orefice, che sarebbe stato poi ritrovato fatto a pezzi, nel marzo 2014, all’interno di un bidone rinvenuto nel capannone della Lr Italverniciature, alle porte di Casalguidi. Luigi Orefice, il fratello, è l’unico imputato, e l’udienza di ieri è servita soprattutto a ricostruire l’atteggiamento dei due fratelli nella conduzione dell’azienda.
Da una parte un fratello, Rosario, che conduceva una vita sobria e frugale, priva di alcun tipo di eccesso, in grado così di permettergli di risparmiare al massimo ed essere capace di ripagare il debito da 255mila euro che deteneva con Equitalia, e da cui, al momento della scomparsa, il 30 aprile 2010, era già rientrato per i primi 90 mila euro. Dall’altra Luigi, che utilizzava invece i conti correnti della ditta che guidava assieme al fratello, come un bancomat per le proprie spese private, in cima alla cui lista figurava la frequentazione di squillo sparse fra i comuni di Montecatini, Prato, Lucca e Pistoia.
Due personalità completamente divergenti, che avrebbero potuto così trovare facilmente ampi motivi di contrasto, legati in particolar modo alla gestione finanziaria della propria impresa di verniciature. Rosario Orefice, rompendo una lunga e consolidata tradizione, si rivelò infatti il primo titolare della Lr Italverniciature a decidere di scendere a patti con Equitalia, e concordare un piano di rientro dal debito fiscale maturato durante i suoi anni di gestione dell'azienda. Non avevano infatti preso prima di lui la stessa decisione, i due precedenti intestatari della ditta di Serravalle: Luigi Oreficie, titolare della Lr nel periodo 1989-1997, e Maria Antonia Orlando, moglie di quest’ultimo, intestataria dell’attività fra il 1997 e il 2001.
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Entrambe le gestioni avevano infatti accumulato un debito con l’erario, tutt’ora in essere, per mancato pagamento di Iva, Irpef, Irap e altri tributi provinciali, su cui sono poi maturati gli interessi, pari rispettivamente a 504mila e 249mila euro. Una tradizione, quella di non onorare i propri debiti aziendali con lo Stato, che fu spezzata appunto per primo da Rosario Orefice.
«Ad aprile 2010, mese della sua scomparsa – ha riferito in aula il direttore della squadra mobile e vice questore di Pistoia, Antonio Fusco– Orefice risultava perfettamente in regola col pagamento delle prime 4 rate concordate con Equitalia, per un importo complessivo di 90mila euro: gli restavano 160mila euro da dover saldare e che avrebbe dovuto pagare nei successivi mesi».
Dalla deposizione di Fusco, titolare nel 2010 delle indagini per la sparizione di Orefice, emerge una domanda: il socio e fratello maggiore, Luigi, non condivideva minimamente la determinazione con cui Rosario stava procedendo a portare avanti il piano di rientro dal debito stabilito con Equitalia?
Un interrogativo che rimane tutt'ora in sospeso. Il vice questore di Pistoia ha anche ricordato, davanti alla corte presieduta da Ettore Nicotra, del tentativo di depistaggio, messo in campo da Luigi Orefice, all’indomani della scomparsa del fratello: «Ci disse che Rosario alle due bariste, del bar Attaccabottoni di Serravalle, dove era solito fare colazione, rivelò la propria intenzione di andarsene via per qualche giorno, per recarsi a Bologna dove aveva un’amica. Andammo immediatamente a chiedere conferma della veridicità di tali affermazioni alle due testimoni, che però smentirono totalmente di aver mai ricevuto tale confidenza».
Di certo, la sera del 30 aprile 2010, giorno della scomparsa di Rosario Orefice, e data in cui probabilmente si consumò anche il suo omicidio, c’è il tentativo di aggressione da parte di Luigi nei confronti di una modella rumena che lavorava in un night di Montecatini: Orefice, stando alla denuncia che questa rilasciò quella stessa sera al commissariato, e riprodotta ieri in aula, l’avrebbe avvicinata sotto casa e minacciata mostrandole una pistola. «Un episodio – ha dichiarato Fusco – che può ben contribuire a delineare un’indole violenta dell’imputato».
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