Il Tirreno

Pistoia

economia

Fallimenti, nessun freno all’emorragia

Tiziana Gori
Una manifestazione dei lavoratori del mobile (foto Lorenzo Gori)
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Una manifestazione dei lavoratori del mobile (foto Lorenzo Gori)

Non accenna a diminuire il numero dei concordati e delle aziende fallite in tutti i settori: dal mobile, al tessile all’edilizia

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PISTOIA. La ripresina ipotizzata per il 2014 in provincia non si è vista. Le prospettive per il 2015 non sono rosee. Non si vedono repentini cambi di direzione: con l’edilizia al palo, il tessile che ha già operato al suo interno una poderosa scrematura delle aziende e cerca di resistere con quelle rimaste, il mobile che affonda e ha praticamente abbandonato Quarrata. In tutto questo, nel 2014, si è registrato il primo fallimento di una società agricola, e il numero totale di concordati e fallimenti rispetto al 2013 è rimasto sostanzialmente stabile. Ma nel 2013, ricorda Luana Del Bino, responsabile dell’ufficio vertenze Cgil, c’era stato un picco di fallimenti ed era esploso il fenomeno dei concordati. Invece di un’auspicabile ripresa i numeri confermano una tendenza negativa, che colpisce tutti i settori.

Uno stillicidio di nomi e di numeri: 79 i fallimenti seguiti dall’ufficio vertenze della Camera del lavoro, 60 i concordati. Nel 2013 i fallimenti erano stati 78 e i concordati sempre 60. In tutti i comparti produttivi, dal manifatturiero al mobile passando per il commercio, le confezioni, l’edilizia, e anche i servizi e il turismo. Con attività legate alla città da una tradizione decennale costrette ad arrendersi alla crisi. A lato una tabella coi nomi dei fallimenti seguiti dalla Cgil nel corso dell’ultimo anno. A questi nomi Del Bino aggiunge altri casi eclatanti: la chiusura del calzaturificio Meg di Monsummano (88 lavoratori), quella della Ciet (50 dipendenti a Pistoia, un miglioia in Italia), le confezioni Alba di Quarrata (circa 30 dipendenti), nonché la chiusura di tutti i punti Stefan a livello regionale.

Letteralmente esplosa, negli ultimi due anni, la richiesta di concordati. «Due - spiega Luana Del Bino - già nella prima settimana del 2015, come due sono stati i fallimenti nello stesso arco di tempo. C’è il concordato classico, con la cessione di beni: l’azienda non prosegue l’attività, chiedendo di pagare i creditori privilegiati al 100% e in percentuale variabile dal 20 al 40% (ma anche del 10% in molti casi) i creditori chirografi. Poi il concordato in continuità, con l’azienda che continua, in parte, a lavorare, e ottiene che per un anno nessun creditore chieda il saldo dei debiti. E poi l’amministrazione straordinaria (ex legge Prodi), che riguarda le crisi di grandi aziende». Fino a due anni fa una parte - seppur piccola - dei lavoratori espulsi da comparti produttivi come edilizia, mobile e tessile, trovavano un reimpiego nel vivaismo. La situazione è diventata critica anche in questo comparto, con una ventina di vertenze seguite dalla Cgil, alcune chiusure di aziende di medie dimensioni e 160 posti di lavoro persi nel 2014. Il vivaismo, in crisi di ordinativi, non riesce ad assorbire i lavoratori provenienti da altri comparti e paga con tempi più lunghi (anche 12-18 mesi) i piccoli produttori che riforniscono le aziende più grandi.

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