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il processo

La cabina proibita e il cadavere fatto a pezzi: i testimoni raccontano

La cabina proibita e il cadavere fatto a pezzi: i testimoni raccontano

Il proprietario del capannone di Casalguidi Luigi Orefice ordinava a tutti di non avvicinarsi al luogo dove era nascosto il bidone con i resti del fratello ucciso

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FIRENZE. «Non salite sopra quel tetto!». A tutti gli affittuari che si sono succeduti nel capannone di via dei Pierucciani, a Serravalle, dal momento della chiusura, nel 2012, della L.R. Italverniciatura, Luigi Orefice ripeteva sempre lo stesso ordine: quello cioè di non mettere piede sopra la cabina del forno di verniciatura: «è fragile - spiegava - in alluminio, calpestandola può venir giù». Invece sopra la cabina era nascosto un bidone con dentro un cadavere tagliato a pezzi, quello di Rosario Orefice, fratello di Luigi, scomparso quattro anni prima. E ora Luigi è sotto processo a Firenze per omicidio, soppressione e occultamento di cadavere.

Un ordine che aveva impartito nel marzo 2014 anche all’ultimo affittuario, Aniello Cozzolino, che nel capannone a due passi da Casalguidi aveva trasferito la propria officina meccanica. E Cozzolino avrebbe anche obbedito, senonché un giorno fu necessario sostituire un neon proprio in quel punro del capannone. Il primo a salire sopra al tetto del forno di verniciatura fu l’elettricista chiamato da Cozzolino, Saverio Sola: «Salii sopra al forno - riferisce in aula quest’ultimo - e mi accorsi immediatamente della presenza di un grosso bidone inserito nell’intercapedine presente fra il forno di verniciatura, la canalizzazione per l’aspirazione dei fumi, e la parete esterna del capannone. Provai a spostarlo ma non ci riuscii e così chiamai Maurizio Gradi, un amico di Aiello, che era appena entrato nell’officina per la riparazione della propria auto».

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Fu infatti quest’ultimo ad accorgersi per primo del forte odore che proveniva dal bidone. «Riuscii a spostare di pochi centimetri il fusto - spiega Gradi - e subito si levò un odore acrissimo. Provai allora a svitare il tappo per vedere cosa ci fosse dentro: questo era però sigillato e mi feci così tirare un martello per provare a forzare l’apertura. Ci riuscii e vennero fuori delle esalazioni fortissime che mi provocarono conati di vomito». Sul tetto del forno salì così Cozzolino: immediatamente si accorse che all’interno del liquido presente nel bidone si trovava un sacco della spazzatura di color nero. «Mi feci passare un trincetto - racconta - per accertarmi del contenuto e potei così scorgere subito al suo interno una gamba in putrefazione. Immediatamente decidemmo di chiamare i carabinieri». A riferire di quanto Orefice fosse geloso dell’intera parete destra dell’officina è stato anche Cristian Rotani, il meccanico albanese che aveva prima di Cozzolino in affitto il capannone. «Per prima cosa - ha detto ieri in aula - Orefice mi chiese di dipingere gli interni dell’officina. Tutte le pareti tranne però una: quella destra, al lato del forno di verniciatura, che pensò invece a dipingere da solo con l’aiuto del figlio». Fra i testi sfilati ieri anche Domenico Iozzi, titolare di una carrozzeria a Quarrata, che in passato aveva portato a verniciare alcune auto nell’azienda di Orefice, e che a cavallo fra il 2011 e il 2012 ricevette da quest’ultimo un’inaspettata visita. «Si presentò in officina - dichiara - con una pistola calibro 7,65 che mi chiese, conoscendo la mia passione per le armi sportive, di riparare. Gli dissi che non ne volevo sapere niente. Mi spiegò ad ogni modo, su mia domanda, che gli sarebbe servita per regolare i conti con il titolare di un night club di Montecatini con cui aveva avuto delle discussioni».

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di Redazione web