Gioco
Giorgio Ulivi racconta se stesso e le sue opere in occasione dell’esposizione a Palazzo Fabroni
In mostra a Pistoia il percorso di 50 anni di quel ragazzo ribelle che cercava l’arte oltre i confini dell’arte
PISTOIA. Palazzo Fabroni ospita la mostra "Tra segno e luce", personale di Giorgio Ulivi che resterà aperta fino al 15 febbraio 2015. Un percorso artistico che va avanti da oltre 40anni, quello di Ulivi: classe '38, pistoiese di origini familiari, nato a Vicopisano ma tornato presto a Pistoia dove vive e lavora tutt'oggi,
Ulivi è uno dei rappresentanti dell'arte contemporanea italiana. Professore e artista a tempo pieno per oltre 40anni. Una vita quella di Ulivi, all'insegna della curiosità, della fuga da un punto fisso e dalle restrizioni. Fotocopiatrici, saldatrici, macchine serigrafiche, pennelli, acquerelli, polveri, attrezzi, colori e materiali che vanno dal legno al metallo, dalla carta agli specchi. Il laboratorio artistico di Giorgio Ulivi è questo: un luogo attrezzato al divenire.
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«Il mio lavoro è sempre stato molto frastagliato e pieno di aperture e chiusure - spiega l'artista in mezzo al laboratorio, tra i piani da lavoro colmi di materiali - perché di solito comincio con un lavoro, ma quando sento che le ipotesi di quel tipo di lavoro stanno scemando, ho bisogno di scappare altrove. Ho bisogno di andare a cercare cose nuove, che mi tengano sveglio. Credo che il lavoro dell'artista sia soprattutto curiosità e cultura, sono le basi essenziali del lavoro di un'artista».
Una curiosità, una fuga dalla "noia" che ha caratterizzato tutta la vita di questo artista. Inizia frequentando una «scuolina d'arte in via dei Cancellieri» sede della scuola d'arte a Pistoia negli anni '50. «Non ero un buono studente, andavo a girare per la campagna, quindi dopo le medie smisi. Iniziai a fare tutti i lavori possibili».
Uno degli ultimi lavori di Ulivi in quegli anni fu quello presso le vecchie officine San Giorgio. Decide poi di iscriversi alla scuola d'arte «perché mio padre mi stimolava ad avere il diploma». Dopo la scuola d'arte, Ulivi continua il suo percorso all'Accademia della belle arti di Firenze dove si diploma, e dove anni più tardi tornerà in veste di professore.
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«Dagli anni '50 in poi è stato un volo fino ad oggi - racconta - mi sono dedicato quasi assolutamente e costantemente alla pittura: partendo dalle abitudini che ti vengono date a scuola». Ma per Ulivi, l'arte deve andare oltre l'arte. «C'è un momento in cui scopri che l'arte è anche altro. Se ti guardi attorno - dice indicando le pareti, gli scaffali e i piani lavoro del suo laboratorio - qui non ci sono paesaggi o nature morte, ma ci sono saldatori per esempio. Questo perché la pittura si fa con tutto, anche con le parole».
Uno sguardo, quello di Giorgio Ulivi che ha sempre avuto bisogno di guardare oltre un determinato orizzonte. Ma poi, tornare anche a quell'orizzonte, per rielaborarlo, sconvolgerlo, domarlo. «Ho sempre cercato di guardare lontano, volevo uscire da questa nomea di provincialismo. Perché in provincia succedono cose importanti. Ma le cose che accadono sono sempre protette da una pigrizia mentale, per cui ci fa paura andare ad incidere su certe tematiche».
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Una prudenza e un timore lontano dall'ansia di sperimentare e divenire della vita e dell'opera di questo artista. Ulivi ha sempre guardato oltre l'ambiente culturale pistoiese: dalle influenze del gruppo artistico di stampo espressionista dell'europa del nord "Cobra" a quelle del poeta cubano Carlos Franqui. Tuttavia, Giorgio Ulivi vive Pistoia da molti anni con l'occhio dell'artista. «Pistoia è una città piena di artisti. Ognuno guarda per la sua strada e tutti ci amiamo e ci odiamo, come nelle famiglie più belle. Qui gli spazi per fare arte ci sono, e si può fare. Ma si può fare troppo tranquillamente: è la città dei pensionati sai? - dice ironicamente - e quindi non vogliono faticare o spendere. Ma la cultura si paga, e va cercata non è che te la trovi sotto il naso».
Anche le opere di Giorgio Ulivi non te le trovi sotto il naso, sono multiformi e spesso «si è costretti a cercare l'opera e l'opera è costretta a cercare noi, è un cercarsi a vicenda»: dalle gabbie che oltrepassano il perimetro della tela e fuoriescono, si passa a vecchi documenti, segni e parole rielaborati su una tela. «Questi schizzi li facevo in cattedra, quando insegnavo alle scuole medie - e mostra dei segni su un foglio bianco - mi costringevo a scrivere e disegnare con la mano sinistra, e produrre così dei segni più primitivi, lontani dal segno abitudinario (che è quello che viene fuori con la mano che si usa di solito per scrivere). Volevo dominare lo scarabocchio, se era possibile».
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L'esperienza artistica di Ulivi si fonde alla quotidianeità della vita, e così tutto diventa sperimentabile e l'orizzonte si sposta sempre un po' più in là. Magari per tornare al punto di partenza e ricominciare di nuovo con altro. Con il risultato che la vita può diventare tutto, fuorché qualcosa di noioso.
«Mi è sempre piaciuto molto cucinare, ma da quando lo fanno tutti mi è venuto a noia! E poi devi seguire le ricette: 50 grammi di questo e di quello. Se le segui il sapore è sempre lo stesso, a me invece piace seguire i miei numeri, dare un mio sapore ai piatti. E così facendo diventano una scoperta e una creazione per il palato. Dopo la vita diventa molto più complessa, ma anche molto meno noiosa».
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