Gioco
«Quel giorno Luigi Orefice era in preda all’agitazione»
Alla sbarra per l’omicidio del fratello, i testimoni ricostruiscono il giorno del delitto. L’amica dell’imputato ritratta in aula le confidenze ricevute durante i loro incontri
FIRENZE. «Rispetto ad altre volte in cui si fermava sempre a parlare, quel giorno, mostrando un comportamento agitato e modi piuttosto sbrigativi, aveva soltanto la premura di pagare e di andarsene».
Daniele Boni, titolare dell’omonimo negozio di riparazione e sostituzione pneumatici della zona industriale di Sant’Agostino, a Pistoia, ricostruisce così l’ultima volta in cui vide Luigi Orefice entrare nella sua officina per cambiare le gomme alla propria auto. Lo fa, nella seconda udienza del processo che ha preso il via due settimane fa nell’aula bunker del tribunale di Firenze, che vede l’artigiano di Serravalle unico accusato dell’assassinio del fratello minore Rosario Orefice, i cui resti sono stati ritrovati nel marzo scorso all’interno di un bidone nascosto nel capannone di proprietà dell’imputato.
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La data in cui effettuò il cambio gomme, il 30 aprile 2010, secondo gli esami autoptici in possesso degli inquirenti, corrisponde al giorno esatto in cui Rosario Orefice, scomparso quella stessa mattina, venne poi effettivamente ucciso.
Luigi Orefice, consegnò quel giorno la propria auto, come da appuntamento, verso le cinque del pomeriggio: tornò poi a prenderla, a cambio gomme effettuato, un’ora e un quarto più tardi, quando pagò con la propria carta di credito. Nel frattempo, a bordo di un altro mezzo, si recò alla stazione di rifornimento Esso di Bonelle, dove acquistò, alle 17,50, 76 euro di carburante: il titolare della stazione di servizio, chiamato a deporre ieri in aula, ha confermato al pubblico ministero, Claudio Curreli, di non essere in grado di stabilire se quella somma, confermata dai movimenti della carta di credito di Orefice, servì per un rifornimento auto o per il riempimento di taniche di benzina.
La sera del 30 aprile 2010, Luigi Orefice fu anche al centro di un altro spostamento ritenuto sospetto dagli inquirenti: alle 15 del pomeriggio fissò infatti per le successive 18,30 una corsa in taxi che lo avrebbe accompagnato da Pistoia a Montecatini. «Mi chiese – racconta il tassista che effettuò il tragitto – di non pagare al termine dell’itinerario, ma prima. Così facemmo: usciti dal casello dell’autostrada – riferisce in aula – ci fermammo e mi dette la somma pattuita. Poi lo accompagnai in via delle Saline nel centro di Montecatini, dove scese indirizzando lo sguardo subito a destra verso una palazzina a vetri».
Tra i testimoni sfilati nell’udienza di ieri, un operaio che prestò servizio nell’azienda di verniciatura di Luigi Orefice, a ridosso proprio dei giorni della scomparsa del fratello Rosario, che ha confermato di aver visto in un armadio del capannone dei dischi rigidi per smerigliatrici, compatibili con lo strumento che può essere stato utilizzato dall’assassino per fare a pezzi il cadavere.
Quindi, la testimonianza di Rossana Piccioli, un’amica dell’imputato, con cui intratteneva una relazione: «Ci vedemmo dal 2007 – racconta – fino al 2010». Sebbene davanti ai magistrati, nelle deposizioni del 20 maggio e 11 agosto 2010, avesse raccontato di come Luigi Orefice «odiasse profondamente il fratello per motivi di denaro», ieri, nella deposizione in aula, è apparsa estremamente più cauta: «Quando ci vedevamo facevamo altro; non ci mettevamo a parlare del babbo o della sorella. Lo giuro davanti ai miei figli – ha continuato – non mi ha mai parlato del fratello Rosario».
Una deposizione in netto contrasto con quanto riferito quattro anni fa agli inquirenti che le è valsa il richiamo del presidente della corte d’assise: «La falsa testimonianza è punita da 2 a 6 anni di reclusione».
«Venivo da un’operazione, assumevo farmaci – ha ribattuto la teste – per cui ci sta che raccontai un certo tipo di verità. Non sono mai comunque stata minacciata o avvicinata in alcun modo da nessuno perché venissi qua a ritrattare».
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