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La recensione: Il mondo surreale di “Servo per due”

La recensione: Il mondo surreale di “Servo per due”

PISTOIA. Ospitiamo la recensione della studentessa Guendalina Ferri (liceo scientifico Suore Mantellate) allo spettacolo “Servo per due”, lo scorso fine settimana sul palco del Manzoni. È la...

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PISTOIA. Ospitiamo la recensione della studentessa Guendalina Ferri (liceo scientifico Suore Mantellate) allo spettacolo “Servo per due”, lo scorso fine settimana sul palco del Manzoni. È la recensione giudicata migliore dal direttore artistico tra quelle pervenute dagli studenti del progetto “A scuola di teatro”.

Gli ultimi biglietti vengono strappati. La sala è piena per un terzo, le luci sono accese e manca ancora qualche minuto alle 21, ovvero l'orario stampato sul biglietto di "Servo per due". La gente chiacchiera, si toglie il cappotto, qualcuno si lamenta per aver scoperto che lo spettacolo dura addirittura 2 ore e 45 minuti. È a questo punto che quattro signori impomatati e armati di contrabbasso, banjo, chitarra e percussioni entrano in scena e colgono tutti di sorpresa mettendosi a suonare e a cantare. Bastano pochi minuti perché il Teatro Manzoni si dissolva e al suo posto appaia un locale Anni '30.

"Servo per due" (interpretazione di "One man, two guvnors" di Richard Bean, a sua volta tratto da "Il Servitore di due padroni" di Goldoni) è uno spettacolo che trasporta in un altro mondo: un mondo surreale che somiglia alla Rimini degli Anni '30, in cui Pippo (Pierfrancesco Favino) si trova a servire due padroni per racimolare qualche soldo. Da questa decisione deriveranno innumerevoli equivoci e gag.

Eccezionale la recitazione dei protagonisti, cui spetta il compito di portare in scena personaggi volutamente assurdi, esagerati: d'altronde lo spettacolo s'ispira alla commedia dell'arte, alle sue situazioni irreali, alle sue maschere senza maschere.

Proprio l'assurdità dello spettacolo costituisce uno degli aspetti più interessanti. Le gag in cui Pippo si trova coinvolto iniziano in modo soft (qualche battuta, qualche espressione) per farsi sempre più strane, ostentate, esagerate. E come un elastico troppo teso, a un certo punto il meccanismo si rompe e lascia lo spettatore con l'amaro in bocca. Un amaro che si dissolve solo alla fine, quando tutto si ricollega e si riaggiusta in quel mondo di eccessi e stravaganze che è la commedia dell'arte.

Il tocco finale lo dà la bravura dei musicisti (e anche degli attori, capaci di ballare e cantare senza risultare ridicoli, anzi), che suonando una colonna sonora a base di Trio Lescano e swing riescono veramente a trasportare lo spettatore negli Anni '30.

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