Il Tirreno

Pistoia

Cavo salvavita reciso, infermiera a processo

di Fabio Calamati
Cavo salvavita reciso, infermiera a processo

Inizierà il 17 dicembre il procedimento per la morte del cardiopatico Roberto Sibaldi, avvenuta nel 2012 al pronto soccorso

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PISTOIA. Si farà il processo per la tragica fine di Roberto Sibaldi, il cardiopatico di 69 anni che il 20 marzo 2012 morì al pronto soccorso dell’ospedale del Ceppo, dopo che una infermiera, per errore, recise il cavo di alimentazione della pompetta cardiaca artificiale che lo teneva in vita. Sibaldi giunse al pronto soccorso in gravi condizioni, in preda, tra l’altro, ad un grave scompenso cardiaco. Ma dopo il taglio del cavo (l’infermiera lo stava liberando dei pantaloni per inserirgli un catetere), l’uomo morì in pochi minuti.

Ieri il giudice per l’udienza preliminare Roberto Tredici, al termine di una udienza abbastanza breve, ha rinviato a giudizio l’infermiera dell’Asl, Rita Murgia, 59 anni: dovrà rispondere di omicidio colposo. La prima udienza del processo si terrà il 17 dicembre prossimo. La donna è difesa dall’avvocato Andrea Niccolai. L’Asl (rappresentata dall’avvocato Cristina Meoni, del foro di Prato) si è costituita in giudizio come responsabile civile: nel caso in cui venisse riconosciuta la colpevolezza dell’infermiera, l’azienda sanitaria sarà al suo fianco per il risarcimento ai familiari. Alla precedente udienza si erano appunto costituiti parti civili la moglie e i due figli, Alessandro e Linda, di Roberto Sibaldi. A tutelare i loro interessi sono gli avvocati Elisabetta Vinattieri, Corrado Alterini e Annamaria Fasulo.

Saranno dunque ricostruiti in udienza i fatti di quella tragica notte del 20 marzo di due anni fa. Sibaldi, un rappresentante in pensione, giunse al pronto soccorso dell’ospedale del Ceppo che erano quasi le 21, a bordo dell’ambulanza che l’aveva prelevato dalla sua abitazione di viale Antonelli. L’uomo era in gravi condizioni per un attacco di cuore. Quattro mesi prima era stato operato all’ospedale San Raffaele di Milano, dove gli avevano impiantato un innovativo congegno salvavita, denominato Vad, una sorta di pompetta, alimentata attraverso un cavo che fuoriusciva dal corpo dell’uomo all’altezza dell’addome per poi collegarsi a delle pile.

Al pronto soccorso il personale era in attesa di un paziente cardiopatico, come dichiarerà poi il responsabile del servizio, Piero Paolini. L’infermiera che si occupò di lui, Rita Murgia, aveva una vasta e solida esperienza alle spalle. Fu seguito il protocollo previsto, che tra l’altro prevede l’inserimento di un catetere. Per farlo, l’infermiera con le forbici liberà Sibaldi dei pantaloni, ma purtroppo non si accorse del cavetto del Vad e recise anche quello. Subito si azionò l’allarme della pompetta, ma non ci fu modo di rimediare: Sibaldi morì in pochi minuti, mentre l’infermiera fu colta da malore.

I familiari, che avevano accompagnato l’uomo al pronto soccorso, si accorsero subito del terribile errore e chiamarono il 113. La polizia interrogò a lungo i pazienti e il giorno dopo fu la figlia di Sibaldi, Linda, a presentare denuncia. La procura aprì subito un’inchiesta, affidata al pm Claudio Curreli., il cui primo atto fu quello di far svolgere l’autopsia sul corpo di Sibaldi.

Il 26 marzo scorso la procura ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo dell’infermiera e ai primi di giugno si è aperta l’udienza preliminare in tribunale davanti al Gup Roberto Tredici. Udienza che si è chiusa ieri, con una decisione che non ha sorpreso le parti: il rinvio a giudizio. Sarà ora possibile, grazie ai tempi e ai modi assicurati dal dibattimento, ricostruire nei dettagli quello che successe quella sera al pronto soccorso e a chi vadano addossate le responsabilità.

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