Sicurezza
“La Giostra dell’Orso? O cambia o muore”
Lo studioso di tradizioni pistoiesi Claudio Rosati interviene nel dibattito sul futuro della sfida tra i rioni
PISTOIA. La Giostra dell’Orso una radicata tradizione pistoiese? Claudio Rosati, attento studioso delle tradizioni locali, si incarica di smentire quest’affermazione, ripresa da tanti oggi che si parla di ripensare completamente la manifestazione, dopo la morte dei due cavalli azzoppatisi il 25 luglio scorso.
“La Giostra dell'orso nasce a Pistoia nel 1947. Con le macerie dei bombardamenti ancora ammassate in alcune strade della città e con una voglia di ripartire e costruire una vita nuova. E' una nascita tardiva rispetto a quello che è successo nei decenni precedenti in Toscana quando il revival del medievale e del municipale, alimentato dal regime, ha riportato in auge manifestazioni come la Giostra del Saracino ad Arezzo, il Gioco del Ponte a Pisa e il Calcio storico a Firenze. Il Palio - di cui il fascismo tutelò il nome perché solo quello di Siena avrebbe potuto chiamarsi così - costituisce un caso a parte.
“La giostra pistoiese prosegue la tradizione, che risale agli inizi del XIII secolo, di festeggiare Jacopo, il santo patrono, con una gara di velocità di cavalli purosangue, chiamati “berberi“, lungo un percorso più volte cambiato nel corso del tempo.
“A inventare e dar vita alla nuova edizione della corsa è un gruppo di giovani studenti sostenuti da tre personaggi di spicco nella vita cittadina. Alfredo Chiti, insegnante al liceo classico e intellettuale già attivo nel ventennio, offre la motivazione storica. Lo fa con un'operazione disinvolta facendo trovare gli antecedenti della giostra in una manifestazione della seconda metà del '600 che è in realtà un episodio grottesco, proprio del tempo del Carnevale, messo in piedi da un gruppo di giovani scanzonati.
“Ma a dare consistenza organizzativa alla corsa in piazza del Duomo è il colonnello Giovanni Bongiovanni, eletto consigliere comunale, come indipendente, nelle file della Democrazia Cristiana.
“A trovare, invece, appoggi concreti all'idea è il sindaco Giuseppe Corsini, comunista. Tra Bongiovanni e Corsini si cementerà un'insolita, per quei tempi, e pubblica solidarietà che di fatto terrà in vita la Giostra fino all'ultima edizione del 1957 quando per i dissesti statici del Palazzo comunale la manifestazione, che aveva però già in sé elementi di criticità nella città rissosa, mette fine, ancora una volta, alla corsa dei cavalli per onorare il Santo.
“Il 19 luglio 1947 si corre, dunque, la prima Giostra dell'Orso. I cavalli sono quelli del servizio della nettezza urbana, le selle sono state prese in prestito dai carabinieri a Firenze. Il pubblico va in piazza del Duomo portandosi da casa panche e sedie. L'orso, un fantoccio dalla testa di cartapesta e dal corpo di pelle di capra, impaurisce e fa arretrare il cavallo che arriva con il cavaliere lancia in resta. Nelle edizioni successive della Giostra si opta così per una rappresentazione stilizzata e meno realistica”.
Se la Giostra dell’Orso è nata in questo modo, quale può essere il suo futuro? Anche su questo punto Claudio Rosati dimostra di avere le idee chiare.
“La Giostra odierna è ben lontana da tutto questo. L'equilibrio tra gioco e gara si è rotto spingendo la manifestazione verso uno spettacolo agonistico sempre più sul filo di una velocità difficilmente sostenibile. Naturalmente non si può tornare alle origini e il destino del palio pistoiese, ancora una volta, sembra quello di una nuova invenzione o di un'ulteriore scomparsa. Non esiste una purezza presunta della tradizione che nasce sempre dalla grammatica generativa degli uomini. Non si può far finta che il sentire comune non sia cambiato. La maggior parte dell'opinione pubblica riconosce una solidarietà tra tutti gli esseri viventi e non ammette che un cavallo possa soffrire in una corsa, nonostante una domesticazione secolare a farlo. Nelle tradizioni popolari si dice che sono i figli a generare i padri. Il futuro della manifestazione sta proprio in questa capacità che potrà avere la città di reinventare la manifestazione”.
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