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Gli Arctic Monkeys come Lenny Kravitz e Carlos Santana

Gli Arctic Monkeys come Lenny Kravitz e Carlos Santana

PISTOIA. Indipendentemente dai gusti personali, gli Arctic Monkeys sono entrati di diritto nella storia del “Pistoia Blues”. Il concerto che ha chiuso la rassegna che ha festeggiato nel migliore dei...

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PISTOIA. Indipendentemente dai gusti personali, gli Arctic Monkeys sono entrati di diritto nella storia del “Pistoia Blues”. Il concerto che ha chiuso la rassegna che ha festeggiato nel migliore dei modi il suo 35esimo anniversario, ha fatto registrare uno degli afflussi record nella storia del festival regalando una piazza del Duomo praticamente stipata in ogni angolo con fans in estasi sia sotto il palco che sulle tribune tutte esaurite. Il dato degli 8.000 spettatori paganti (che sale a 8.200 fra accrediti, omaggi e quant’altro) è un successo davvero notevole, reso tale grazie al richiamo dell’arrivo della band inglese capitanata da Alex Turner che in questo 2014 ha regalato solo due date in Italia, cioè quella di Pistoia e di Villafranca Veronese che ha fatto, più o meno, lo stesso numero di spettatori. Era da tanti anni che in piazza Duomo non si registravano presenze di queste dimensioni tanto che per arrivare a numeri simili bisogna tornare indietro all’edizione del 2008 con la presenza di Lenny Kravitz e, sempre a ritroso, le strepitose apparizioni (ma qui il numero dei presenti fu ancora più alto) di Ben Harper nel 2006 e la chitarra di Carlos Santana nel 2004. E’ evidente, quindi, che dopo anni di leggera flessione, l’edizione 2014 rappresenta un nuovo punto di partenza per un “Pistoia Blues” che viaggia comodamente oltre le 30.000 presenze in piazza Duomo (quasi il triplo dello scorso anno che aveva due sole serate in meno). Sul concerto cosa dire? L’attesa per gli Arctic Monkeys era spasmodica ma, forse, hanno impressionato più i “The Kills”, il duo inglese che fa da anteprima al concerto delle “scimmie artiche” che la stessa band di Alex Turner. Look senz’altro stravagante con giacca rosa e capello “impomatato” in stile Tony Manero, in un’ora e mezzo il concerto si è consumato senza particolari sussulti, senza riferimenti alla città e soprattutto senza bis. Arrivati in fondo al programma con “RU Mine” il saluto alla piazza e via sul pullman. Adesso riprenderà il dibattito, almeno fino alla prima data del 2015, se questo festival merita ancora di avere l’appellativo “Blues” oppure no. Se i risultati sono questi, però...

Saverio Melegari

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