Il Tirreno

Pistoia

Niente pensione, costretto a vendere la casa

di Beatrice Faragli
Niente pensione, costretto a vendere la casa

Montale: con 33 anni di contributi perde il lavoro dopo l’operazione al cervello ma l’Inps gli nega l’invalidità

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MONTALE. «Immaginate di bere mezzo bicchiere di vino rosso appena svegli, a digiuno. Come vi sentireste? Ecco, io se muovo la testa verso il basso o troppo velocemente mi sento così, tutti i giorni, per tutto il giorno». Da quando, nel marzo 2009, lo hanno operato d’urgenza al cervelletto, per togliere quell’emangioblastoma che da mesi lo teneva ostaggio di continui malesseri, Salvatore Palmigiano, 58 anni e una vita spesa nel tessile, ha cercato invano di vedersi riconoscere una piccola pensione di invalidità dall’Inps o un aiuto dalle istituzioni.

Quattro anni di tentativi caduti nel vuoto, di corsi di formazione, di curricula spediti ovunque senza mai attenere risposta. E alla fine, nel 2013, Palmigiano si è venduto, o «svenduto», come dice lui, la casa. Impossibile pagare le rate del mutuo quando l’unica entrata è la pensione di invalidità (tolta poi a maggio 2014) della moglie, Anacleta Ghianni: «sono 280 euro mensili riconosciuti perché nel febbraio del 2010 mi operarono per un tumore all’intestino» racconta la donna. Soldi a cui si sommano quelli guadagnati a far le pulizie a domicilio e negli uffici.

Adesso, con l’ammontare della vendita della casa, i coniugi ci pagano l’affitto dell’appartamento in cui si sono trasferiti, nel centro di Montale. Avevamo già raccontato la loro storia nel 2011, quando Palmigiano e la moglie erano nel bel mezzo dei ricorsi per ottenere la pensione di invalidità: tutti puntualmente respinti.

«Dal 2012 però, un avvocato, Ugo Ronchi di Pistoia, ha cominciato ad interessarsi della questione, impugnando il provvedimento dell’Inps che nega a mio marito l’assegno pur riconoscendogli – spiega Anacleta – un’invalidità del 75%. Il nostro legale si sta occupando anche della storia del licenziamento».

Era il 2010 quando l’azienda tessile in cui lavorava Salvatore Palmigiano, lo licenziò «per giusta causa perché – spiega l’uomo – avevo finito i giorni di mutua ed ero rimasto comunque a casa. Anche il tumore e l’operazione mi sembrano una giusta causa».

Neppure attraverso un avvocato però la questione si è sbloccata «perché – dice Anacleta – fino a pochi mesi fa (aprile, ndr) a Pistoia mancava il giudice del lavoro e quindi siamo ancora in attesa che qualcosa si muova».

Nel frattempo, a maggio di quest’anno, l’Inps ha tolto alla donna la pensione di 280 euro riconosciuta nel 2010, continuando però ad erogargliela (forse per un problema di aggiornamento dati) anche a giugno.

«Ora – dice la donna - mi chiedono di restituire tutto ciò che arriverà oltre il termine di maggio. Una barzelletta».

Intanto, visto che per l’Inps non ha diritto alla pensione nonostante l’invalidità riconosciuta, Palmigiano è in cerca di un lavoro, ovviamente compatibile con la sua situazione. «I miei 33 anni di contributi e una vita di impegno oggi valgono zero. Le istituzioni non ci aiutano» dice.

Nel 2011 questa famiglia montalese si appellò anche a Papa Benedetto XVI, attraverso l’invio di una lettera che mai trovò risposta. L’appello è stato ripetuto nel gennaio scorso, stavolta indirizzato a Papa Francesco. «A febbraio – racconta Anacleta, mostrando la missiva firmata da Monsignor Peter Brian Wells – è arrivata una busta dalla Segreteria di Stato. Nella lettera c’era scritto “il Pontefice desidera far giungere la Sua vicinanza”». «Siamo felici – dicono i coniugi – perché almeno significa che l’hanno letta».

 

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