Il Tirreno

Pistoia

E le donne si vendevano per un pugno di farina

di Sharon Matteoni
E le donne si vendevano per un pugno di farina

Rina Piazzola, 100 anni, ricorda l’occupazione a Borgo a Buggiano: fame e paura

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BORGO A BUGGIANO. «Era il 1943 quando sono stata costretta a trasferirmi da Firenze al Colle di Buggiano, questo piccolo borgo medioevale tra le coline della Valdinievole, con i miei due figli piccoli. Vivevamo in una casa in affitto. E’ terribile il ricordo di quei momenti. C’era fame e miseria ovunque. Le donne si vendevano per un pugno di farina. Solo chi lo ha vissuto si può rendere conto di cosa voglia dire non avere niente da mangiare. Solo chi ha patito veramente la fame può capire l’importanza di una fetta di pane».

Questa è la storia di una donna coraggiosa, Rina Piazzola in Mazzei, originaria di Bosco Chiesanuova in provincia di Verona e toscana d’adozione. Rina il 28 agosto compirà cento anni, un secolo di vita segnato da due drammatici eventi: la morte di suo padre durante la Grande Guerra e l’esperienza nel secondo conflitto mondiale.

Non è una signora qualunque, con quegli occhi azzurri e capelli ancora biondi, nonostante l’età la sua mente è lucidissima. Nella sua testa scorrono come un fiume in piena i ricordi di quegli anni terribili: gli anni della seconda guerra mondiale. Prima di sposarsi nel 1940 con Alfredo Mazzei, ufficiale dell’aviazione militare, borghigiano doc e più vecchio di lei di tredici anni, Rina si guadagnava da vivere facendo la sarta. Mestiere che continua a fare tutt’ora, cucendo per i suoi nipoti.

Alfredo Mazzei nel 1943 era stato spedito a Tirana, in Albania, lasciando Rina nella casa del Colle insieme ai figli di due e tre anni, Francesco e Pierangelo. «Il Colle era pieno di gente affamata, ma comunque era un’ “isola felice” rispetto a Pescia o alle zone vicine, quindi tutti giorni arrivavano pisani, livornesi, fiorentini e montecatinesi. «Scappavano dalle bombe americane e dalle angherie dei tedeschi e si rifugiavano nelle case abbandonate. Vivevano in condizioni pietose e bussavano spesso alla mia porta per chiedere cibo o acqua. Io gli davo quel poco che avevo anche se ero fortunata rispetto agli altri perché mio marito e la sua famiglia possedevano due poderi al Colle. Poi avevo una gallina che mi faceva un uovo al giorno e anche se oggi potrebbe sembrare niente, in quei momenti c’era chi uccideva per averne una. Le madri non sapevano come nutrire i propri figli. Una donna mi regalò addirittura una bellissima tenda, che utilizzo ancora oggi, perché le avevo dato un poco di farina».

se il Colle di Buggiano era una zona a basso rischio, bastava spostarsi di qualche chilometro per ritrovarsi coinvolti in una sparatoria o in un bombardamento. «Tante volte ho avuto paura di morire. Mi ricordo che poco sotto il Colle, a Vangile, i partigiani tesero un filo tra due alberi nella strada, tagliando la testa ad un ufficiale tedesco che stava passando con la moto. Ma dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine, il 24 marzo del 1944, la regola imposta da Hitler era che per ogni soldato tedesco morto, dovevano essere uccisi dieci italiani. Così arrivarono al Colle due soldati tedeschi. Sapevamo che cercavano gli uomini e i partigiani. Quindi io e le altre donne del paese decidemmo di nasconderli nelle cantine sotto le frasche d’ulivo».

«Ci armammo di ceste di uova e di farina, ma soprattutto di tanto coraggio e andammo a parlare con loro. Gli spiegammo che non c’erano partigiani, che eravamo brava gente. Li avevamo quasi convinti ad andare via e in quel momento, si avvicinarono altri soldati tedeschi che tenevano un ragazzotto sotto braccio. Non so come, il giovane riuscì a liberarsi e iniziò a correre. In un attimo il soldato che era accanto a me prese il fucile per sparare e io terrorizzata con un gesto istintivo gli tirai il braccio deviando il colpo. Pensavo che mi sparasse o peggio, invece non fece niente e poco dopo se ne andarono. Potevamo essere morte».

Donne ricolme di coraggio, magari non consapevole, ma dettato dall’istinto di madri che avrebbero fatto qualsiasi cosa pur di difendere i propri figli. E lo facevano davvero, aiutando i partigiani. Quella Resistenza della popolazione civile, da troppe parti negate. Come se fascisti e nazisti potessero trovare consenso fra gente affamata e terrorizzata. «Una volta sono venuti anche da me, io gli ho dato la rivoltella di mio marito che tenevo nascosta nel pagliaio».

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(Rina Piazzola in una immagine felice col marito)

Ci si muoveva per la Valdinievole in quell’estate del 1944 con tanta paura. I tedeschi si difendevano lungo la sponde dell’Arno. Avevano l’ordine di rallentare ad ogni costo l’avanzata degli Alleati che il 19 luglio del 1944 erano entrati in Livorno . L’ordine del feldmaresciallo Kesserling, comandante delle truppe tedesche che occupavano la Penisola era di difendersi in attesa che fosse finita la fortifcazione dell’Appennino, la cosiddetta Linea Gotica o Linea Verde . Lamuraglia difensiva che bloccò gli Alleati per tutto l’inverno del 1944. Per questo muoversi per la Valdinievole, ai confini con la linea difensiva che andava da Massa e Pesaro, era complicato. «Allontanarsi dal Colle era molto rischioso. L’ho provato sulla mia pelle. Vicino a me abitava un ufficiale dell’esercito italiano con la moglie e i figli, che aveva combattuto in Abissinia ed era stato rimandato in Italia perché aveva grossi problemi polmonari a causa dei gas asfissianti».

La signora Rina svela quello che per molto tempo è stato un segreto di Pulcinella. Ovvero che in Abissinia, colonia italiana, erano stati usati gas asfissianti per sconfiggere la popolazione indigena. Come è noto i gas e tutte le armi chimiche erano bandite dalle norme internazionali. Ma il nostro Esercito le usò, riempendosi di vergogna. Per questo a lungo fu negato il suo uso. Anche da chi in Abissina nel 1936 c’era, come il grande Indro Montanelli. Ma riprendiamo il racconto della signora Rina. «La moglie di questo ufficiale doveva far analizzare il sangue dell’uomo all’ospedale di Pescia così l’accompagnai. A quei tempi ci volevano due ore e mezzo a piedi dal Colle a Pescia, ma noi ci incamminammo con in borsa due fette di pane e due grappoli d’uva. Al ritorno dall’ospedale iniziarono i bombardamenti. Fummo prese dal panico e iniziammo a correre come pazze. Passammo dalla Cessana e poi su per il bosco fino al Colle. Anche quella volta ci andò bene e riuscimmo a salvarci».

Si può fare Resistenza in tanti modi. Con le pistole, la violenza e i fucili. Ma c’è chi la Resistenza l’ha fatta con il coraggio, dando da mangiare a chi non ne aveva e sfidando la paura.

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