Il Tirreno

Pistoia

Eravamo comunisti, combattere i fascisti fu soltanto un dovere

di Alessandra Tuci e Corrado Benzio
Eravamo comunisti, combattere i fascisti fu soltanto un dovere

Agliana: Marina Biagioni ricorda Magnino Magni, che morì giovanissimo per difendere i loro compagni dai tedeschi

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AGLIANA. Magnino Magni era un partigiano di Agliana. Faceva il fornaio. Morì giovanissimo a Trebbio, comune di Sambuca sull’Appennino Pistoiese. Morì per difendere i propri compagni e permettere loro di sganciarsi dopo uno scontro a fuoco con i più addestrati reparti tedeschi. Mentre i suoi, circa una quarantina di partigiani, ripiegavano verso le montagne, lui prese la mitragliatrice e affrontò i tedeschi. Fu sopraffatto e morì. Aveva solo 29 anni. Il padre lo aveva chiamato così perchè era un «piccolo Magni»

Molti oggi lo hanno dimenticato, tanti ignorano il suo eroismo. Ma non lo dimenticarono Rolando Magni, che era suo cugino (e gli assomigliava) e Marina Biagioni. Al loro primo figlio, nato nel 1948, dettero nome Magnino. Purtroppo quel ragazzo se ne è andato a 38 anni. Una perdita tremenda per la famiglia . «Era un’artista, suonava, cantava e scriveva poesie. Dipingeva anche. Perdere un figlio è una cosa terribile».

Papà Rolando è scomparso 6 anni fa. Chi parla è Marina Biagioni, classe 1927, la madre che vive ad Agliana. Con i due figli superstiti. Pochi giorni fa sono venuti da Roma per riprendere e registrare le sue memorie di guerra. Racconti che ga fa anche a noi: la storia delle donne di questa terra di pianura, eppure protagonista della guerra partigiana.

«Sono contenta di raccontare quello che ho vissuto e ricordo, ma non sempre facile per me tornare con la mente a quegli anni – racconta - sono stata anche nelle scuole a ripertere queste cose ai ragazzi, tutti devono conoscere il nostro passato».

E parte il racconto. «Eravamo in 7 in casa mia, i miei genitori e cinque figli, tre maschi e due femmine. Quando è arrivata la guerra ci è arrivata in casa, era il 1943, avevo 16 anni. Tutta la mia famiglia lavorava ai telai; a quel tempo, dietro ogni casa, tutti avevano una stanza con i telai per produrre il tessuto che poi si vendeva ai grossiti. Io iniziai a lavorarci che avevo 14 anni. La gente era povera, noi eravamo poveri. non poteva permettersi di mandare i figli a scuola, soprattutto le femmine».

«Ho lavorato anche a Prato, sempre ai telai, ma fui mandata via per motivi politici. La mia famiglia era tutti di comunisti».

E poi lei era una donna forte.

«Ho sempre avuto un bel caratterino. Mi ricordo che, durante la guerra, ci dovevamo mettere in fila davanti al tabacchino in piazza San Piero ad Agliana per comprare un po’ di sale. Io mi lamentavo perché pensavo fosse ingiusto stare ore ad aspettare per un po’ di sale ed un appuntato della Milizia mi tirò uno schiaffo. Io per rispostagli sputai sul viso»

Benito Mussolini decise di trascinare l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale entrando in guerra il 10 giugno 1940. Lei, purtroppo, la guerra l’ha vissuta da vicino, tanto da poter raccontare avvenimenti della sua giovinezza come se fossero accaduti il giorno prima. Sono indelebili oramai nella sua memoria?

«Quello che diventerà mio marito era cugino di Magnino Magni, un partigiano di Agliana che faceva il fornaio, ucciso a 29 anni a Treppio dai fascisti. Ricordo ancora quello che successe. Erano una quarantina, viaggiavano nella nebbia tra i monti; lui si mise da solo alla mitraglia per liberare i compagni. Ce la fece, ma lui morì lì, straziato dai tedeschi».

«I partigiani, tra cui Rolando stavano sulle montagne sopra la pianura e poi si muovevano soprattutto verso Prato –continua- ogni tanto scendevano giù per andare a rubare le armi in caserma. Poi le davano a quelli che erano rimasti in paese, tra cui io. Le sotterravo dappertutto, ovunque potessero servire al momento opportuno ».

I partigiani non potevano girare armati nella pianura, se presi rischiavano la fucilazione o l’impiccagione immediata. Quindi le armi dovevano essere sempre pronte ma al tempo stesso sempre lontane da chi agiva. In particolare da cghi scendendo dalle montagne, si trovava in un territorio fortemente ostile.

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Perché faceva tutto questo? Perchè rischiare la vita, lei che era poco più che un’adolescente? Perchè rischiare di trovarsi catturata in qualche retata di Nazisti e partigiani.

«Dovevo farlo. Per la mia famiglia, per i miei compaesani». Poi, oltre le atrocità della guerra, arrivò l’amore. Che mi dette ancora più coraggio».

Quando ha conosciuto Rolando Magni?

«Lo conoscevo da sempre. Era di Agliana, come la sua famiglia. Durante la guerra ci vedevamo poco, stava sempre sulle montagne con gli altri partigiani. Tutti dicevano che fosse innamorato di me –sorride, abbassa gli occhi - ma io lo scoprì solo alla fine dei combattimnenti. Ci fidanzammo nel 1945, appena finita la guerra. Io ero ancora minorenne. Ci sposammo nel ’47 e nel ’48 nacque Magnino».

Quel figlio non poteva avere altro nome che quello del martire della Resistenza.

«Rolando e Magnino erano inseparabili. Insieme, travestiti da infermieri, riuscirono a liberare un partigiano loro compagno. Erano bravi e coraggiosi.

«Rolando era presente anche quando i tedeschi uccisero Ivan Baranovskji, un partigiano russo, ex prigioniero dei tedeschi. Accade a tanti russi che una volta liberati andarono a combattere con i partigiani. Quando morì Ivan vennero a chiamare me e mia mamma, vidi il telo che copriva il corpo esanime di questo giovane uomo».

01_B_WEBMorti, violenza, soprusi e poi c’era la fama, le privazioni. Non esistevano momenti di tranquillità. Lei e i suoi 16 anni non provavano mai paura? Quando portava armi o documenti non temeva di essere intercettata?

«No, mai. Forse c’era anche un po’ di incoscienza in quel che facevo, ero molto giovane. Ma lo facevo perché dovevo farlo, mi sentivo di farlo. Una volta ero con il mio fratellino, Metello. Io avevo 16 anni e lui 8. Nascondevamo le armi e poi le sotterravamo. Non ricordo che armi fossero, ce n’erano di parecchi tipi, soprattutto pistole. La famiglia di Magnino vendeva il latte e ricordo che mettevamo le pallottole nelle damigiane di vetro e poi le sotterravamo».

Il racconto di Marina va avanti. «Spesso i partigiani che scendevano dalle montagne pistoiesi, tra cui mio padre e mio fratello più grande, ci dicevano che sarebbero andati a ballare, ma in realtà noi sapevamo che andavano a far saltare in aria i vagoni dei fascisti pieni di armi. Non volevano metterci paura. Ricordo che mia madre perse 25 chili in quei tempi. Non solo per la fame ma anche per la paura e l’ansia»

E dopo la guerra, come avete fatto a ricominciare?

«È stata dura. Non avevamo più niente. Ricominciammo con i telai ma non fu facile. Nel ’47 ho sposato Rolando e lì è ricominciata la mia vita. Facevamo con il poco che avevamo».

Lei si sente ancora comunista?

«No –mi risponde con rammarico- quegli ideali per cui abbiamo tanto lottato, sono svaniti nel nulla. Non si può parlare ancora di comunismo, se si pensa a quanto male abbia portato anche quello. Sono stata anche in Jugoslavia due volte. No, non mi piace il comunismo».

Non piaceva nemmeno a Magnino Magni: non amava chi al nero volesse sostituire solo il rosso.

«Ho sempre insegnato ai miei figli a essere persone oneste, per bene. Ho sempre raccontato tutti di me, di Rolando, morto da quasi sei anni, perché un giorno potessero diventare persone migliori».

 

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