Il dolore
La storia di quel giovane svanito nel nulla
Rosario Orefice fu visto l’ultima volta il 30 aprile 2010. La procura ritiene che sia stato ucciso dal fratello Luigi
PISTOIA. Un bravo ragazzo, un uomo tranquillo. Tanto lavoro, un po’ di calcetto, nessun vizio. Insomma, secondo coloro che lo conoscevano, uno stile di vita sobrio quello di Rosario Orefice. E così lo ricordavano anche ieri, all’indomani della macabra scoperta, nel capannone del fratello, a Casalguidi, del cadavere che tutti pensano sia il suo anche se per averne la certezza si dovrà attendere il risultato dell’esame del Dna. In città, ieri mattina non si parlava d’altro che del macabro ritrovamento, del cadavere senza testa nascosto per anni in quel bidone pieno di acido, di un mistero che va avanti da quattro anni e che sembra arrivato a una soluzione.
Originario di Sessa Aurunca, paese della provincia di Caserta, Rosario, da dieci anni in Toscana, prima a Firenze e poi a Pistoia, fu visto per l’ultima volta la mattina del 30 aprile 2010. Aveva 38 anni allora. Tre anni e mezzo dalla scomparsa, il gup del tribunale di Pistoia ha rinviato a giudizio, con l'accusa di omicidio premeditato e soppressione di cadavere il fratello. Contro Luigi Orefice, 45 anni, residente a Pistoia, è già iniziato il processo davanti alla seconda sezione della corte d'Assise. Un processo per omicidio "anomalo", almeno per adesso, in quanto, appunto, della presunta vittima, del cadavere, non è mai stata trovata alcuna traccia nel corso delle approfondite e lunghe indagini portate avanti dagli investigatori della Squadra mobile della questura. Ma nonostante ciò, gli inquirenti sono certi della colpevolezza di Luigi Orefice, tanto che il pm, nel corso delle indagini, ha chiesto nei suoi confronti per ben tre volte (al gip del tribunale e al tribunale del riesame) la misura della custodia cautelare in carcere. Richiesta sempre respinta.
Secondo l'ipotesi accusatoria, il movente che avrebbe spinto Luigi Orefice ad uccidere il fratello sarebbe di natura economica. Rosario Orefice era solo di fatto il titolare della "Italverniciatura" di Casalguidi, a lui intestata per il fatto che Luigi Orefice non poteva per motivi legali. Rosario riceveva infatti dal fratello un regolare stipendio e tutta la gestione era in mano a Luigi. L'attività, nel tempo, aveva accumulato però debiti con l'erario per circa 250mila euro, di cui, legalmente, era responsabile Rosario. Da qui le liti che avevano costellato negli ultimi tempi il rapporto tra i due fratelli. Luigi aveva proposto a Rosario di chiudere la ditta e fondarne una nuova a nome del proprio figlio, ma il fratello non aveva accettato, proprio perché quei debiti sarebbero rimasti sulle sue spalle: avrebbe firmato solo e debito estinto. Luigi allora aveva concordato un piano di rientro con Equitalia, per un pagamento a rate mensili. Ma secondo gli inquirenti avrebbe pagato solo la prima rata, mettendo in piedi nel contempo una truffa ai danni del fratello attraverso i due conti correnti intestati alla ditta. Presentando via via in banca fatture fasulle per lavori mai eseguiti a varie aziende, era riuscito a farsi anticipare e intascare nel tempo, attraverso il meccanismo delle ricevute bancarie, circa 120.000 euro. La prima ricevuta bancaria sarebbe andata in scadenza proprio il 30 aprile 2010, giorno della scomparsa di Rosario Orefice che, nel momento in cui le banche lo avessero chiamato per avere spiegazioni dei mancati versamenti, avrebbe scoperto ciò che il fratello aveva fatto.
Questo, secondo la procura, il movente dell'omicidio. Che tra le prove avrebbe anche la testimonianza di una donna, una ballerina straniera, a cui Luigi Orefice avrebbe confidato l'intenzione di uccidere il fratello, mostrandole una pistola, per la verità mai trovata nel corso delle successive perquisizioni e durante gli scavi effettuati per cercare il cadavere attorno all'azienda di Casalguidi.
Luigi Orefice, protagonista in questi anni di ripetuti appelli a "Chi l'ha visto?", ha sempre sostenuto la sua innocenza. «Non ho ucciso mio fratello, non avrò problemi a dimostrare la mia innocenza nel corso del processo - ha spiegato anche dopo il rinvio a giudizio - Mi dispiace solo per i miei genitori, che stanno a seicento chilometri di distanza e dovranno venire quassù per testimoniare. Perché avrei dovuto ucciderlo? I soldi nell’azienda ce li mettevo io, i clienti ce li avevo io: se avessi voluto aprire un'altra azienda a nome di mio figlio avrei potuto farlo in ogni momento. (m.d.)
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