Il Tirreno

Pistoia

L’omicida ha commesso un errore fatale

L’omicida ha commesso un errore fatale

Il corpo preservato dall’assenza di ossigeno: all’interno del bidone sigillato ermeticamente l’acido non ha funzionato

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CASALGUIDI. Ha fatto un errore l’assassino. Dopo aver fatto a pezzi il cadavere e averlo infilato nel bidone, ha sigillato ermeticamente il coperchio. La sua intenzione era quella di eliminare ogni traccia del delitto, ma a causa della totale assenza di ossigeno all’interno, l’acido – oppure il solvente, è ancora da stabilire – con cui ha ricoperto il corpo, ha avuto l’effetto opposto rispetto a quello desiderato: anziche dissolvere tutte le sostanze organiche, le ha in realtà preservate dalla putrefazione. Ed è per questo che quando, mercoledì pomeriggio, i due elettricisti che erano al lavoro nel capannone di via Pierucciani, a Casalguidi, hanno aperto quel fusto da 200 litri da cui filtrava un odore nauseabondo, non hanno avuto alcuna difficoltà nel riconoscere, all’interno, i resti di un uomo.

Il Dna. Per avere comunque la certezza che si tratta dei resti di Rosario Orefice, l’artigiano scomparso nel nulla quattro anni fa – e per l’omicidio del quale è alla sbarra davanti alla Corte d’assise il il fratello Luigi, proprietario del capannone – sarà necessario l’esame del Dna. Per questo, mercoledì prossimo, arriveranno a Pistoia i tecnici della Polizia scientifica, per prelevare i campioni necessari per effettuare la comparazione con quelli già a loro disposizione nella banca dati “Ri.Sc” (Ricerca scomparsi), una banca dati informatica in cui sono presenti tutti i dati biometrici e descrittivi di tutte le persone scomparse negli ultimi anni in Italia. Il Dna del cadavere di Casalguidi verrà perciò comparato con tutti quelli contenuti nelle cosiddette “schede antemortem” presenti nell’archivio elettronico, tra cui c’è ovviamente anche quella dell’artigiano pistoiese: il suo dna fu ricavato, nel corso delle indagini della Squadra mobile di Pistoia, dai residui organici trovati sullo spazzolino da denti e dai capelli rimasti tra i denti del pettine trovati nel bagno della sua abitazione.

L’autopsia. Il prelievo dei campioni dal cadavere verrà effettuato appena prima dell’inizio dell’autopsia, che sarà eseguita, su incarico del pm titolare delle indagini, Claudio Curreli, dal medico legale Alberto Albertacci, che dovrà tentare di ipotizzare anche la causa della morte, oltre che accertare la natura della sostanza in cui il cadavere era immerso all’interno del fusto metallico. A quanto sembra, il corpo è stato fatto a pezzi con una sega elettrica, oppure con un flessibile: molto netti i tagli.

Da sottolineare il fatto che mentre gli arti superiore e inferiore destri sono stati tagliati in più pezzi, dalla parte sinistra l’assassino ha ampuntato soltanto avambraccio e gamba. Tutte parti poi infilate in un sacco nero da spazzatura, ritrovato dentro il bidone. La parte che invece non è stata al momento ritrovata è la testa della vittima, amputata con un taglio netto assieme a tutto il collo. La parte principale del corpo, ripiegato in avanti, è stati infilato nel bidone con i vestiti ancora addosso: un paio di jeans e una maglietta.

Il mistero della testa. Il fatto che la testa non sia stata trovata all’interno del fusto potrebbe voler dire che la vittima è stata uccisa con un colpo di arma da fuoco sparato proprio in quella parte del corpo: l’omicida potrebbe aver deciso di disfarsene in un altro modo per non correre il rischio che il proiettile eventualmente rimasto all’interno venisse un domani ritrovato. Gettarla via altrove sarebbe stato relativamente facile per l’assassino, viste le dimensioni ridotte e la facilità dib trasporto.

Come detto, una volta rimesso il coperchio, l’assassino ha fatto l’errore di sigillarlo con la chiusura ad anello in dotazione a tutti i contenitori di tal genere che contengono sostanze chimiche o pericolose: una sorta di fascia metallica che viene stretta attorno al bordo superiore attraverso una leva a scatto. Fatto sta che il cadavere si è conservato in condizioni quasi perfette proprio perché sommerso nella sostanza che avrebbe dovuto discioglierlo. Probabilmente ha cominciato a putrefarsi solo quando il bidone metallico a iniziato a subire delle microscopiche lesioni a causa della normale corrosione. L’ossigeno ha iniziato a filtrare all’interno mentre i gas della putrefazione hanno cominciato ad uscirne. È stato proprio il puzzo nauseabondo che proveniva dal bidone ad attirare l’attenzione dei due elettricisti che poi lo hanno scoperto: un odore che hanno avvertito solo quando sono saliti su una scala per lavorare ad un neon del capannone dato che il gas della putrefazione tende a salire verso l’alto e perciò non era pressoché presente a livello del pavimento. Il bidone ne era completamente saturo, come dimostra la sorta di esplosione che è avenuta quando i due elettricisti, incuriositi, hanno allentato la chiusura facendo saltare via il coperchio.

Al momento, nulla è cambiato nella posizione di Luigi Orefice, proprietario del capannone. E fino a quando l’esame del Dna non darà la certezza che il cadavere ritrovato è quello del fratello Rosario, lui resterà “solo” imputato di omicidio e soppressione di cadavere nel processo in corso in Corte d’assise. Non è da escludere che dopo l’eventuale risultato positivo possa scattare una misura restrittiva disposta dal giudice per scongiurare il rischio di fuga.

Massimo Donati

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