Gioco
Quanti misteri in quella verniciatura
Ma c’è quasi la certezza che i resti siano di Rosario Orefice scomparso 4 anni fa, manca solo la conferma del Dna
SERRAVALLE. Occorrerà l’autopsia e, soprattutto, l’esame del Dna, per dare un ufficialmente un nome a quel corpo senza vita. O, meglio, per confermare quella che al momento è l’ipotesi più logica: il corpo (o ciò che ne restava) trovato dentro a un bidone di olio da 200 litri, nascosto in una nicchia ricavata fra due canne fumarie, in un capannone di Casalguidi, sarebbe quello di Rosario Orefice. L’uomo, che compirebbe 42 anni tra un paio di settimane, era scomparso il 30 aprile del 2010. Una sparizione per la quale, nell’ottobre scorso, è stato rinviato a giudizio il fratello Luigi, 46 anni, accusato di omicidio e occultamento di cadavere. E proprio Luigi era di fatto (ma non ufficialmente) proprietario di quel capannone, dove aveva sede la società “Italverniciatura L R”.
I fratelli. Quelle due lettere, L e R, altro non rappresentavano che le iniziali dei due fratelli, Luigi e Rosario appunto, proprietari (uno reale, l’altro di facciata) di quell’azienda specializzata nella verniciatura metalli. I due sono originari di Cellole, piccola frazione di Sessa Aurunca in provincia di Caserta. Il più grande dei due, Luigi, è però cresciuto a Pistoia. Aveva sei anni quando fui mandato in Toscana dai genitori, a vivere da una zia. Da allora di anni ne sono passati 40. Rosario invece è cresciuto nella piccola realtà campana. Una realtà che offre poche occasioni, anche a chi, come lui, è animato da una gran voglia di fare e di lavorare. È per questo che, con l’approssimarsi dei 30 anni, decide di raggiungere il fratello, per lavorare nella piccola azienda del fratello, in via Pierucciani, una strada nelle campagne a sud di Pistoia, tra Casalguidi e l’Ombrone.
L’azienda. Di quell’attività Rosario non diventa solo dipendente, ma addirittura titolare. Un ruolo di facciata però (e proprio quel ruolo, secondo il teorema degli inquirenti, avrebbe provocato il contrasto fatale con il fratello): il vero proprietario è Luigi ma, a causa di un fallimento risalente al 2001, non può interstarsela. Da qui l’escamotage, ossia far figurare Rosario quale proprietario, mentre Luigi figurava come dipendente, con tanto di regolare stipendio (quando, in realtà, i ruoli erano opposti). Una divisione dei compiti che però si trasforma in un’onere pesante, insopportabile per Rosario Orefice. Gli affari non girano come dovrebbero, anzi. Debiti su debiti si accumulano. E sono debiti a nome del titolare, sia pure di facciata. Rosario appunto. In particolare Equitalia pretende 250mila euro per tasse non pagate.
Le liti. A questo punto i rapporti tra fratelli si fanno burrascosi. La gestione dell’attività è in mano a Luigi, ma le responsabilità di quei conti in rosso ricadrebbe sulle spalle di Rosario. Luigi propone una soluzione: chiudere la ditta e fondarne una nuova, intestandola a proprio figlio. Ma Rosario si rifiuta: prima di chiudere la storia tutti i debiti dovranno essere estinti. Allora Luigi propone una nuova soluzione, concordare un piano di rientro con Equitalia attraverso il pagamento del debito con rate mensili. Ma qui, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Luigi avrebbe studiato un nuovo imbroglio ai danni del titolare della Italverniciatura, appunto il fratello Rosario. Sfruttando i due conti della ditta, e presentando in banca fatture fasulle per lavori mai eseguiti, riesce a mettere in tasca circa 120mila euro, attraverso il meccanismo degli anticipi sulle ricevute bancarie. Solo che quelle ricevute prima o poi scadono. La prima di quelle scadenze era fissata al 30 aprile 2010. E se quella scadenza non sarà rispettata Rosario sarà chiamato dalla banca a dare spiegazioni, facendogli scoprire il giochetto. E proprio quella data rappresenta uno dei tanti elementi indiziari a carico di Luigi Orefice.
La scomparsa. Sì, perché Rosario Orefice non ha più dato notizie di sé proprio da quel 30 aprile. Era un venerdì, quello che precedeva il ponte del primo maggio. Secondo la testimonianza di Luigi, il fratello aveva detto di voler trascorrere il fine settimana da una sua amica di Bologna (anche se poi gli inquirenti scopriranno che già da qualche mese la donna non viveva più nel capoluogo emiliano). Sempre secondo questo racconto Rosario sarebbe dovuto rientrare in azienda il 2 maggio, ma niente. Alla fine sarà lo stesso Luigi a presentarsi alla polizia, il 7 maggio, per denunciare la scomparsa del fratello, di cui – diceva – non aveva avuto più alcuna notizia dal 30 aprile.
I sospetti. Il racconto di Luigi Orefice però non ha convinto gli inquirenti. Sul caso indaga la squadra mobile, agli ordini del vicequestore aggiunto Antonio Fusco. I poliziotti individuano contraddizioni, raccolgono testimonianze e, soprattutto, trovano un movente convincente nelle liti provocate da regioni economiche. Una valanga di indizi, che, nonostante la mancanza della prova regina (il corpo di Rosario, forse trovato mercoledì), portano il Pm Francesco Sottosanti a chiedere per tre volte l’arresto di Luigi (sempre rifiutato), e il rinvio a giudizio, che, invece, arriva lo scorso ottobre.
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