Il Tirreno

Pistoia

Da quanto tempo quei resti erano lì?

Da quanto tempo quei resti erano lì?

Fino a mercoledì nessuno si è accorto della presenza del bidone, incastrato fra le canne fumarie del forno

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SERRAVALLE. Il ritrovamento di quel corpo potrebbe risolvere l’enigma che, da 4 anni, avvolge il caso Orefice. Ma, al tempo stesso, quella scoperta apre la porta a tanti interrogativi. Il primo, più banale, e più facile da risolvere (basterà l’esame del Dna) è se quello è davvero – come pare assai probabile – il cadavere di Rosario Orefice. Ma, restano altre incognite. Come è possibile che a scoprire i resti sia stato – dopo quattro anni di indagini a tappeto, con tutte le tecnologie a disposizione – un elettricista arrivato per cambiare un neon? Come è possibile che nessuno abbia pensato a cercare sopra quella cabina di verniciatura dove, seppur celato dalle cappe di aspirazione e da materiali gettati alla rinfusa, si trovava il bidone con il corpo? E se il teorema degli inquirenti – che attribuiscono il delitto al fratello Luigi – fosse vero, come pensava quest’ultimo di farla franca affittando quel capannone sapendo che all’interno c’era il cadavere? E, chiunque sia stato, ha agito da solo? Poi altri interrogativi macabri: il corpo è stato ritrovato letteralmente a pezzi, con gli arti tagliati dal tronco. Quindi, come è possibile, nonostante per esempio il ricorso al luminol, che non si siano trovate tracce di un delitto che sicuramente ha avuto un seguito efferato? Infine l’aspetto più truce: dove è finita la testa della vittima?

Sì, perché quello che è stato ritrovato mercoledì sera dentro il capannone di via Pierucciani non era più un cadavere, di quelli che siamo abituati a vedere nei gialli televisivi. No, era un qualcosa di difficile da descrivere, senza scendere in particolari lugubri. Diciamo solo che quando sul posto, attorno alle 21,30, è arrivato il medico per i rilievi, questi è stato chiamato a sgombrare soprattutto un dubbio: quelli trovati nel bidone erano resti umani? Una domanda che, purtroppo, ha avuto una risposta affermativa.

Adesso dovrà essere l’esame autoptico a risolvere diversi dubbi, e non sarà facile. Al di là dell’identità della vittima, occorrerà risalire anche alla causa diretta di morte, e anche al quando. Per farlo i ricercatori hanno a disposizione solo alcuni resti in avanzato stato di decomposizione. Il tronco, e gli arti, separati tra loro. E se la morte è stata provocata, per fare un esempio, da un colpo di pistola in testa, a meno di non ritrovare questa parte del corpo che manca all’appello non lo sapremo mai.

Un po’ meno complicato, in linea teorica, potrebbe essere risalire al periodo della morte dell’uomo. Per questo ci si dovrà basare su due elementi: lo stato di decomposizione del cadavere e il tipo di sostanza che è stata trovata dentro il bidone. Il corpo, infatti, era stato nascosto dentro quel fusto, un tempo destinato a contenere sostanze oleose, insieme a delle sostanze liquide. Nel tempo gran parte di quel liquido è evaporato, abbassandosi verso il fondo.

A giudicare dalle condizioni del corpo si trattava di liquido corrosivo. Un tentativo, evidentemente, da parte di chi aveva nascosto il cadavere di farlo scomparire. Un tentativo però maldestro. La sostanza utilizzata era sì corrosiva, ma non abbastanza da consentire di raggiungere l’obiettivo che si era prefissato che l’aveva utilizzata. Probabilmente si trattava di un solvente, di quelli utilizzati proprio nell’attività di verniciatura (visto l’ambiente in cui è stata trovata la vittima). Quel liquido dovrà adesso essere esaminato in laboratorio, per scoprire di cosa si tratta e, soprattutto, qual è la sua capacità di corrosione. Confrontando questo dato con il livello di consunzione del corpo si dovrebbe riuscire a risalire, con una buona approssimazione, all’epoca della morte dell’uomo.

Sul fatto che finora nessuno si sia accorto di quella presenza, nonostante tutte le indagini, ci sono diverse spiegazioni possibili. Intanto quel bidone era ben nascosto, in quello spazio ricavato tra i condotti di aerazione del locale verniciatura. Una sorta di stanza nella stanza, da cui si levavano questi due grossi tubi. Proprio sul tetto di quel locale, mimetizzato tra le canne, al punto da sembrare esso stesso una parte della struttura, si trovava (ad un’altezza di circa 2 metri e mezzo dal pavimento del capannone) il bidone con il corpo. Bidone che non era perciò murato.

Il fatto che nemmeno i “cani molecolari” fossero riusciti a individuarlo vengono fornite diverse spiegazioni. La prima è che il trattamento subito dal corpo, sigillato e immerso nell’acido, rendesse impossibile la sua individuazione (avvenuta invece mercoledì scorso quando la sostanza chimica nel bidone è evaporata e l’odore ha attirato l’attenzione dell’elettricista che stava lavorando in quel punto). Ma, al di là dell’aspetto dei cani, ci sono anche due ipotesi per spiegare il perché, fino a due giorni fa, nessuno si fosse accorto di quel contenitore con il corpo: la prima è che quel punto particolare non fosse stato ispezionato nel corso delle indagini passate (o che la mimetizzazione in quel caso avesse funzionato). L’altra e che quel bidone sia stato portato lì in un secondo momento (quel capannone è stato nella disponibilità di Luigi Orefice sino alla fine della scorsa estate).

Solo che resta ancora quel mistero: se davvero si tratta del corpo di Rosario, e se a nasconderlo è stato davvero Luigi, perché lo ha lasciato lì sapendo che in quel capannone sarebbero arrivate altre persone?

Luigi Spinosi

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