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Pistoia, parla Gangale: «Ma la mia pena non finirà mai»
Dopo la condanna dei suoi aggressori l'elettricista chiede «una giustizia fatta come si deve» contro chi lo ha inchiodato sulla sedia a rotelle
PISTOIA. «Tra quattordici anni io sono sempre in carrozzina. Questi non sono rapinatori, sono delle bestie».
Gian Michele Gangale continua a chiedere che «giustizia sia fatta come si deve», dopo la sentenza contro chi, la mattina del 24 gennaio 2013, lo ha condannato su una sedia a rotelle. L’ex elettricista quarratino, 35 anni, è stato colpito con una coltellata alla spina dorsale mentre, svegliato dai rumori, stava scendendo gli ultimi gradini delle scale, nel casolare di Buriano dove viveva col padre.
«Potevano chiedere dov’erano i soldi. Potevano fare qualsiasi cosa. Ma non questo» dice.
A seguire passo dopo passo il processo nell’aula del tribunale pistoiese, fino alla sentenza, c’è stato il padre di Gianni (così lo chiamano gli amici), Francesco Gangale. La forza per affrontare tutto questo se l’è dovuta quasi inventare. Piange «cento volte al giorno», ma alla fine, ad ogni alba, trova il coraggio di combattere.
«Briciole» dice il carpentiere 63enne subito dopo la lettura della sentenza. Quei 14 anni a Arben Pepa, che ha paralizzato suo figlio con una coltellata, e quei 10 a Kastriot Kola non possono bastare, nonostante sia il massimo consentito dalla legge visto il rito abbreviato chiesto dagli imputati. Nemmeno l’ergastolo sarebbe bastato. «Nemmeno cent’anni di galera. Gli hanno levato il sorriso». «Se era un figlio loro? Gli avrebbero dato questi pochi anni?» chiede Francesco in uno sfogo, subito dopo la sentenza. «Gianmichele – continua – quando ha sentito 14 anni (di richiesta, ndr) è rimasto scioccato. Domandate a lui se sono giusti…».
«Quelli mangiano, bevono e tra poco sono fuori» dice Francesco quando i due autori della tragica rapina escono dall’aula del tribunale. Gli si legge negli occhi, la forza, la voglia di lottare per i diritti del figlio. Per 8 mesi ha seguito Gianni come solo un genitore può fare, smettendo anche di lavorare in cantiere. E ora, oltre alle “briciole” della sentenza, gli tocca anche fare i conti con quelle dei soldi riconosciuti a Gianni per vivere: 900 euro per la donna che assiste continuamente il giovane, a fronte di un contratto da 1.350 euro; un assegno da 400 euro per un affitto da quasi 700 euro. Per mangiare, per mettere la benzina, per pagare le bollette, la famiglia Gangale dovrebbe far da sé. Ma quei soldi che mancano non ci sono. «Se ce l’avevo – dice Francesco – gli davo i miliardi. Non cerchiamo la luna, ma solo ciò che ci spetta».
Finora però il ritornello sentito da questo padre è sempre lo stesso: «Non ci sono risorse alla Regione Toscana». «Se era un vostro parente, gli dico sempre ai servizi sociali, facevate carte false…Non è perché è mio figlio. Ma ora per lui non ci sono speranze. E non ha 70 anni, ne ha 35. La prospettiva di vita è lunga. Quando non ci sarò più io?».
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