Il Tirreno

Pistoia

Ha soccorso Gian Michele «Ma nessuno ora mi aiuta»

di Beatrice Faragli

Ha 34 anni, albanese, una figlia malata e teme rappresaglie. E lancia un appello «Nessun grazie né un’offerta di lavoro, forse perché sono arrivato col gommone»

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QUARRATA. Ha visto gli aggressori di Gian Michele Gangale fuggire per i campi subito dopo l’atroce rapina di Buriano del 24 gennaio 2013. È stato il primo a chiamare i soccorsi. Ha collaborato fin da subito con le forze dell’ordine e «a distanza di 5 giorni dall’aggressione», racconta, ha ritrovato «tra le frasche il piede di porco della banda». Era, dice, a poche decine di metri dalla villetta in cui l’anno scorso si è consumato il terribile giovedì di sangue.

Ma per l’uomo, un 43enne di origine albanese in Italia da vent’anni, con regolare permesso di soggiorno, non è arrivato nemmeno un grazie, «tranne quello di Francesco», il papà dell’elettricista 34enne rimasto paralizzato dal collo in giù per l’atroce coltellata sferrata sotto la nuca dal sedicenne della banda, condannato in primo grado a 7 anni di reclusione con rito abbreviato. «Ho rischiato la vita ma in cambio dalle istituzioni ho avuto solo silenzio, sono deluso» ci racconta. Un silenzio che pesa soprattutto adesso, con la crisi che morde, il lavoro che manca e una figlia piccola affetta da ipotiroidismo congenito sulle spalle. «Probabilmente – dice- se tutti, a livello istituzionale, avessero mostrato un po’ più di vicinanza verso una persona che ha svolto bene il proprio dovere di cittadino, adesso – ne è convinto – la mia vita sarebbe diversa. Invece la vicenda è stata trattata solo dal punto di vista del modello cattivo, quello dei rapinatori».

Il suo sospetto, non lo nasconde, è che il fatto di non essere italiano abbia influito negativamente su questo anno di silenzio. Ci chiede di tutelare la sua identità, perché continua a temere ritorsioni. L’uomo adesso cerca un’occupazione. È arrivato in Italia nel 1994 a bordo di un gommone. Ha vissuto per oltre un decennio a Milano dove si è occupato di vigilanza. Poi, 4 anni fa, è partito alla volta di Firenze per raggiungere la sorella. Ha trovato lavoro nei vivai pistoiesi ed è andato a vivere ad Agliana. Dal 2012 racconta di essere in mobilità e di aver cercato di portare il pane a casa con alcuni lavoretti saltuari, come quello tra gli ulivi «di un imprenditore agricolo vicino alla villetta di Buriano». Era in quei campi proprio la mattina della rapina di sangue. «Poco dopo le 8 e 30 – ricorda – ero sul ciglio della strada a togliere le erbacce e ho visto un giovane con la faccia curata (il sedicenne condannato, ndr). Poi mi sono spostato all’interno, verso il campo, con le spalle rivolte alla casa di Gangale. A un certo punto ho visto due che camminavano tra gli ulivi, ma non ho avuto particolari sospetti. Alle 9 ho sentito urlare “mi hanno rubato i gioielli, i soldi, l’hanno accoltellato”». Le grida erano di Maria Bugheanu, la collaboratrice domestica rumena vittima, insieme a Gian Michele, della rapina. «Il terrore – continua - mi ha immobilizzato. Non riesco ancora a superare lo choc. Sono riuscito a dare l’allarme e da due donne che facevano jogging ho saputo che i tre erano scappati a bordo di una Mini parcheggiata nel piazzale della chiesa. Il 29 gennaio sono tornato in quei campi per lavorare e ho trovato il piede di porco».

Con una famiglia da mantenere e il lavoro che manca, l’uomo si è rivolto anche al Vescovo di Pistoia lo scorso 8 novembre. La sua vicenda è stata resa nota nelle scorse settimane dal quotidiano on line “Quarrata News” che si è appellato al prefetto Mauro Lubatti per ottenere un gesto di riconoscenza, e magari la cittadinanza per meriti civili verso colui che non ha esitato a comportarsi da cittadino modello.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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