Scandalo delle tombe riciclate: 6 indagati
Necrofori e imprenditori accusati di peculato. Abuso d’ufficio il reato contestato a un ispettore del Comune di Pistoia
PISTOIA. Le accuse sono quelle di peculato, abuso d’ufficio, vilipendio e sottrazione di cadavere. Lo scandalo è quello del riciclaggio delle lapidi e degli arredi funebri nei cimiteri comunali di Pistoia, sottratti e rimessi a nuovo dopo le riesumazioni e rivenduti a prezzi stracciati. Sei le persone indagate dalla procura della Repubblica nell’ambito di un’inchiesta portata avanti dalla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza e arrivata alle sue fasi conclusive ieri mattina, con l’esecuzione di perquisizioni e sequestri in abitazioni ed attività artigianali.
Poco prima dell’alba, le Fiamme gialle si sono presentate alla porta di casa di un ispettore dei servizi cimiteriali del Comune di Pistoia, di due necrofori (uno si è licenziato tre mesi fa) dei cimiteri comunali, di un fiorario che ha la sua attività davanti al cimitero comunale e di due artigiani che operano nel settore della fabbricazione di lapidi e della vendita di arredi funebri.
Le perquisizioni – eseguite con la collaborazione del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Pistoia – hanno consentito di sequestrare centinaia di arredi funebri sui quali saranno svolti accertamenti per verificarne la provenienza (ceramiche, volti sacri, targhette in ottone, cornici e lastre di marmo, lapidi già pronte...). «Molti di tali arredi – spiega la procura – erano occultati presso le abitazioni dei perquisiti».
Scoperta anche varia documentazione informale «dalla quale – proseguono da palazzo di giustizia – poter risalire al giro di affari delle compravendite e delineare ulteriormente le gravi responsabilità di ciascuno degli indagati, che, a vario titolo, dovranno rispondere, in concorso».
In alcune delle attività artigianali sono state sequestrate anche delle lapidi ancora da riciclare, ancora con i nomi dei defunti riesumati. Sequestrati anche i macchinari che servizvano per la lucidatura e la pulitura dei marmi da rivendere.
Il riciclaggio. Secondo quanto ricostruito dall’indagini, andate avanti dal marzo al luglio 2013, vertice del riciclaggio vi sarebbero stati i due necrofori, Guido Tesi, responsabile dei servizi, che si è licenziato lo scorso ottobre, e Alessandro Tonini, un’altro dipendente della Manutencoop, la cooperativa che si è aggiudicata l’appalto per la gestione di tutti i cimiteri del Comune di Pistoia. In base al regolamento cimiteriale, quando vengono effettuate le riesumazioni delle salme, a meno di una richiesta preventiva dei familiari, le lapidi e gli altre arredi delle tombe diventano proprietà del Comune, che provvede alla distruzione. I due necrofori invece se ne sarebbero appropriati, per poi affidarne il “ricondizionamento” a tre artigiani: il titolare della rivendita di fiori, che a lato del negozio aveva recintato un’area in cui ripuliva e lucidava i marmi; e i due marmisti. Secondo gli inquirenti erano i due necrofori a proporre poi gli affari a coloro che frequentavano i cimiteri comunali soprattutto il sabato e la domenica (persone con i propri cari da poco sepolti lì), in particolare quello principale di via dei Campisanti, proponendo loro prezzi che erano all’incirca la metà di quelli praticati dai commercianti onesti.
Il dipendente comunale. Nessun vantaggio economico da questo riciclaggio, secondo la procura, sarebbe derivato a Nicola Livi, che si sarebbe limitato ad avvertire, per pura amicizia, il Tesi delle segnalazioni arrivate in Comune da parte di cittadini e imprenditori del settore su un ipotetico traffico di lapidi al cimitero. Senza però, come suo dovere, effettuare i necessari controlli in qualità di ispettore e segnalare il fatto alla procura: da qui l’abuso d’ufficio a lui contestato.
Resti senza nome. Nel corso delle perquisizioni sono stati rinvenuti al cimitero diversi sacchi contenenti i resti di riesumazioni, immagazzinati in attesa della decisione dei familiari sulla futura destinazione delle spoglie dei loro cari. Soltanto una mezza dozzina di sacchi però sarebbero stati contrassegnati con le generalità e le date di riesumazione dei defunti. Su una quindicina, invece, non sarebbe stata trovata alcuna indicazione, rendendo di fatto impossibile determinare l’appartenenza dei resti senza l’esame del Dna. Da qui l’ipotesi di reato di vilipendio e sottrazione di cadavere: su questo le indagini sono destinate ad andare avanti.
Massimo Donati
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