Sicurezza
Laureanda fa la bidella: «E sono felice»
Felisia Toscano arriva dalla Sicilia per studiare in città: ho altre ambizioni, ma adesso non snobbo nessun impiego
PISTOIA. Choosy, bamboccioni, fannulloni. Così vengono chiamati in modo disprezzante i giovani di oggi, colpevoli di essere nati in un’epoca che ha tutto ma che non dà niente. Felisia Toscano ha 22 anni e fa la bidella. A gennaio è stata chiamata per una sostituzione di 9 giorni di una collaboratrice scolastica nell’istituto superiore Fossi di Monsummano. I colleghi molto più anziani guardano la giovane con tanta ammirazione e lei si sente gratificata a livello personale. Ma dentro di sé ha tanta rabbia e delusione per un Paese che ha tutto e non dà niente. “ Svuto cestini, spolvero banchi, lavo i bagni. E non mi vergogno. Oggi è il mio ultimo giorno di lavoro –commenta Felisia- se, per assurdo, dovessero farmi un contratto a tempo indeterminato qui, come bidella, non lo rifiuterei”. Felisia, nata nella provincia di Caserta, si è trasferita a Napoli, all’Università Federico II, per intraprendere il corso di studi in Scienze del Turismo. “Ho vinto una borsa di studio per merito. Ho deciso di trasferirmi in Toscana perché questa regione mi ha sempre affascinato ed ero felice di poter studiare e vivere in una città come Firenze, con un patrimonio culturale e rinascimentale unico in tutta Italia”. Felisia invece viene mandata a Pistoia, perché qui ha sede il corso di Scienze del Turismo, un corso che la appassiona e che ama così tanto. “Mi piace Pistoia, è una città molto tranquilla, graziosa, anche se i suoi abitanti hanno una mentalità un po’ chiusa. Pensavo così di “scappare” dalla realtà del sud del nostro Paese, volevo staccarmi da certi contesti.” confessa la ragazza. Felisia non sembra così “choosy” come la società, soprattutto alcuni politici, descrivono i giovani di oggi. Lei studia, lavora, vive lontano dalla sua famiglia, in una città che non è la sua. Ed ha solo 22 anni. E si “accontenta” di fare la bidella. “Ho lavorato presso il museo il Lucca, museo di arte contemporanea. Avevo un contratto a progetto che veniva rinnovato ogni 3 mesi, svolgendo l’incarico di receptionist e collaborando all’organizzazione di mostre ed eventi. È questo ciò che amo fare, quello che vorrei fare nel mio futuro, ma non disdegno alcun tipo di lavoro, se mi venisse offerto. Ho lavorato al museo tutte le domeniche ma, se me lo avessero chiesto, avrei lavorato lì anche il sabato sera”. Nel tempo libero Felisia dà anche ripetizioni private. Sì, perché non è mantenuta dalla famiglia e quindi deve e soprattutto vuole fare tutto da sola. La borsa di studio le fornisce solamente il servizio mensa ed un piccolo contributo per l’affitto, che divide con un’altra giovanissima compagna universitaria. A luglio scorso Felisia si laurea e decide di iscriversi alla specialistica di Scienze dello spettacolo, con sede a Prato, cercando nel frattempo un altro lavoro, dato che il contratto al museo, dopo un periodo di 10 mesi non è stato più rinnovato: “Ho iniziato il biennio specialistico perché continuare a formarmi è sì un mio desiderio, ma anche l’unica cosa che ti resta da fare in questo Paese che ormai non ha speranze”. “Oggi è il mio ultimo giorno di lavoro –conclude la ragazza- che cosa farò dopo?” Non pensi di andartene all’estero? “No –risponde con fermezza- non voglio andarmene. Perché non dovrei avere il diritto di lavorare nel mio Paese?”. Nessuna vergogna o pudore. Solo esasperazione, rabbia, delusione, per un Paese che ha tanto e che non dà alcuna garanzia per il futuro di giovani, soprattutto laureati e neolaureati. Nessuna certezza, solo la voglia di lottare nella speranza che un giorno le cose possano ancora cambiare.
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