Gioco
Maniaco della pulizia Così fu definito Lotti all’arrivo nella casa
Un ex volontario non nasconde la verità: «Quando arrivò dell’ospedale fra di noi c’era una certa preoccupazione»
MASSA E COZZILE. Un brutta storia in grado di sconcertare anche chi, seppur per poche settimane, ha avuto modo di lavorare a stretto contatto con Gianluca Lotti, 38enne pistoiese colpevole dell’omicidio di Massimo Tarabori.
Francesco Verdicchio, 23enne di Pieve a Nievole, attualmente residente a Londra, ha infatti svolto il servizio civile come volontario nella casa famiglia per 12 mesi fino al settembre 2013, periodo che è coinciso con l’arrivo dell’omicida presso l’associazione di Traversagna.
La sua testimonianza, raccolta nel corso di una telefonata fatta nella capitale inglese dice già molto di come le cose non funzionassero poi così tanto bene.
«Ricordo che Lotti è arrivato alla casa famiglia da noi i primi di agosto – ricorda Francesco - ma finendo il servizio civile a settembre e con le ferie di mezzo ho avuto modo di starci a contatto solo qualche settimana.
«Era, ne parlo al passato perché poi si è rivelato tutt’altro personaggio, una persona schiva, solitaria e poco propensa a socializzare con gli altri, ma comunque disponibile a svolgere i compiti che gli venivano assegnati».
Un uomo apparentemente tranquillo (in realtà era praticamente sempre sedato) che però ancor prima del suo arrivo già destava qualche preoccupazione agli operatori dell’Associazione.
«Ci dissero che sarebbe arrivato dall'Opg di Montelupo (Ospedale psichiatrico giudiziario, ndr) un soggetto colpevole dell’omicidio della sua fidanzata. Ricordo bene che la moglie del presidente della Onlus si raccomandò più volte con il Tarabori di darsi da fare con le faccende domestiche, perché a quanto se ne sapeva il nuovo coinquilino era una persona molto ordinata, un maniaco della pulizia».
Parola quasi sinistre, rispetto a quello che è successo l’atra sera. Più che un maniaco della pulizia, un maniaco tout court.
Lotti era infatti stato inserito in un programma di recupero che prevedeva un inserimento graduale presso la casa famiglia.
Un argomento questo che ha alzato diverse polemiche, principalmente legate al dubbio che l’assassino non fosse ancora pronto per dormire con una persona che di fatto non conosceva.
«Inizialmente il Lotti non soggiornava quotidianamente alla casa famiglia – specifica Francesco – il suo programma prevedeva un’alternanza tra l’ospedale e l’associazione. Adesso è facile parlare col senno di poi, ma probabilmente non era ancora pronto per dormire senza sorveglianza».
Se il profilo di Lotti ha suscitato dunque alcuni dubbi riguardo la sua pericolosità, di tutt’altro spessore il ricordo che Francesco ha della vittima, quel Massimo Tarabori col quale ha trascorso il suo intero anno di servizio: «Massimo era un bambino nel corpo di un adulto, una persona molto fragile che crollava in pianti frequenti. Era fissato con il cappuccino e grande amante di Elvis Presley e Lucio Battisti. Ricordò però di averlo visto spesso litigare e bisticciare con gli altri pazienti: veniva infatti accusato di scaldarsi facilmente e rispondere con arroganza. Ma che brutta fine per lui».
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