Il Tirreno

Pistoia

Lotti: l’errore di 3 equipe «Per noi era tutto ok»

di Corrado Benzio
Lotti: l’errore di 3 equipe «Per noi era tutto ok»

Il dottor Vito D’Anza spiega perché l’omicida di Massa è stato lasciato libero «Evitò Pistoia: temeva di incontrare i genitori della fidanzata che aveva ucciso»

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PISTOIA. Esistono morti di serie A e di serie B. Massimo Tarabori è forse di terza serie, come si diceva una volta e allora la sua morte non susciterà strascichi o polemiche oltre le fiammate di questi primi giorni. Tarabori, la vittima di Gianluca Lotti, era un povero essere, che doveva essere curato e protetto. Era curato, ma non abbastanza protetto. Ma resta un poveretto al cui funerale non andrà (forse) nessuna autorità. Nè il sindaco del suo paese, nè il maresciallo dei carabinieri, nè la maestra della scuola elementare. Come lo ha definito un volontario della casa-famiglia: la testa di un bambino in un cuore da adulto.

Che sia un morto di serie C lo ammette, in qualche modo ,anche il responsabile della psichiatria della Valdinievole, il dottor Vito D’Anza, un salernitano cordiale che ha voluto spiegare al giornale come sono andate le cose.

«Capisco che se fosse uscito con un’ascia e avesse ucciso un bambino o una giovane madre, l’eco mediatica sarebbe stata ben altra. Le assicuro però che fra i nostri operatori il turbamento è stato ed è grandissimo».

Il dottor D’Anza a nome dell’Asl Pistoia intende fare soprattutto una cosa. Smentire che al momento delle dismissioni dal centro delle Querce di Firenze, sulla salute mentale di Gianluca Lotti ci siano stati contrasti fra i medici che lo seguivano. Era un’ipotesi circolata ieri che il nostro giornale aveva ripreso. E che, nella stessa pagina, viene smentita dal responsabile dell’igiene mentale di Pistoia. Insomma tutti uniti per ribadire che la decisione è stata unanime. Nessun dubbio.

«Non c’è stato nessun contrasto – spiega il dirigente della psichiatria – il paziente era ricoverato alle Querce, struttura sorvegliata di Firenze, dove era arrivato da Montelupo al termine della pena per l’omicidio della fidanzata. Il responsabile di Firenze, dottor Iannucci e quello di Pistoia De Luca hanno firmato congiuntamente la dismissione del paziente ed il passaggio alla comunità. Ma c’era anche un terzo parere favorevole, quello dei medici dell’Opg di Montelupo. Insomma tre pareri che propendevano per un paziente riabilitato». Nel senso che veniva ancora calmato con gli psicofarmaci ma che non era più in grado di fare del male.

Fatto sta, lo diciamo nudi e crudi, che c’è scappato il morto. E soprattutto che si tratta di un secondo morto (la prima vittima è la fidanzata), ridotto in condizioni orribili (come la prima, del resto, finita con una trivella).

«Come le ho detto c’è grande sconcerto nei nostri operatori per quanto è successo».

Fra l’altro lo imbottivate di psicofarmaci. A molti vengono in mente le scene di Qualcuno volò sul nido del cuculo, celebre film da Oscar di Milos Forman con Jack Nicholson. In particolare quella in cui il protagonista si mette sotto la lingua la pillola che gli passa l’infermiera, per poi sputarla. E così la uccella e non subisce «cali di tensione».

«Il paziente rispettava le consegne della terapia. Che consisteva in iniezioni, dalle quali non si poteva scappare e in più delle pillole. Per queste ultime c’era un controllo di assunzione attraverso un dosaggio delle analisi del sangue. Fossero scese sotto un certo parametro sarebbe stato certo che non aveva seguito la cura. Ma così non è mai accaduto. Quello che io voglio dire è che tutto quello che è stato fatto sul paziente psichiatrico Lotti è tracciabile, rinvenibile delle sue cartelle. E’ stato un percorso assolutamente trasparente e soprattutto che può essere facilmente controllato da chiunque».

D’Anza racconta alcuni particolari della vicenda di Gianluca Lotti, al momento ancora inediti.

«Ci aveva chiamato la madre per sapere cosa sarebbe successo al figlio una volta uscito dalle Querce. Mentre lui quando fu deciso di metterlo in una casa famiglia, scelse di andare in Valdinievole. Era pistoiese, avrebbe avuto la famiglia vicina, ma aveva paura che se fosse stato trasferito a Pistoia poteva incontrare i genitori della sua fidanzata, che aveva ammazzato 15 anni prima. I genitori o altre persone che la conoscevano. La cosa lo turbava».

D’Anza non tralascia di ricordare che Lotti ha avuto anche una borsa lavoro mentre era all’ospedale giudiziario di Montelupo. Insomma tutti segnali più che positivi nel suo percorso di cura negli 8 anni dentro l’Opg.

«Aveva ottenuto anche dei permessi orari, fino a tre in un solo mese ed era uscito accompagnato da un operatore che era pistoiese».

Insomma niente faceva presagire che potesse riesplodere la sua violenza, in maniera così incontrollata quanto lucida.

«Senta – spiega però lo psichiatra – il Lotti che aveva ucciso la fidanzata negli anni Novanta è una persona differente rispetto a quello che ha ucciso il suo compagno di camera due notti fa. Credo che le motivazioni dell’atto sia state diverse. Ma per capire meglio cosa lo ha spinto all’atto omicida, abbiano necessità di ascoltarlo, naturalmente quando i giudici vorranno mettercelo a disposizione».

Ecco. Un cittadino si chiede: cosa succederà a questo Lotti. Si farò altri 15.-20 anni e poi? Tornerà ad uccidere? E’ una previsione brutale, oppure c’è la possibilità che si trasformi in un serial killer?

«Naturalmente non sappiamo cosa farà. Le ripeto dobbiamo esaminarlo appena il giudice vorrà farci parlare con lui. Poi verrà condannato, ha già confessato e finirà in carcere. Dove sconterà la pena e dovrebbe essere curato. E qui salta agli occhi l’ambiguità dell’ospedale giudiziario. Dove il rinchiuso non sa più se deve essere lì per scontare una pena (cosa che sa benissimo che deve fare in carcere) oppure per essere curato dalle sue turbe psichiche. Io sono di Salerno. Pochi giorni fa al sindaco De Luca, personaggio conosciuto a livello nazionale, è stata recapitata sulla porta di casa una testa di maiale. L’autore dell’atto è stato individuato e ricoverato nell’ospedale giudiziario di Aversa. Ma perché, per quale motivo? Andava subito curato? Oppure per lui non poteva bastare il carcere?».

Insomma gli ospedali giudiziari come la triste villa-fortezza di Montelupo sono una entità inutile?

«Non dico che sia utile o meno, ma dobbiamo uscire da questa ambiguità. Come l’idea che sia inutile immaginare un percorso di recupero del malato psichiatrico che ha commesso un reato, anche efferato come il Lotti che uccise la giovane fidanzata. Ripeto cosa vogliamo fare di un soggetto come il Lotti. In molti la tentazione è di rinchiuderlo e buttare via la chiave».

Fin qui il dottor D’Anza, molto disponibile su tutto il fronte. Più in là, già da domani, ci sarà una riunione dei vertici del Tribunale di sorveglianza di Firenze per capire che cosa possano non essere andato nel secondo omicidio della carriera criminale di Gianluca Lotti.

A questo punto non si tratta di capire cosa sia successo la notte della casa famiglia. Ma di capire perché un paziente considerato non più pericoloso possa ammazzare ancora.

Si ignora se i familiari della vittima, molto conosciuti a Pescia, vorranno presentarsi parte civile contro il Lotti ma anche contro chi lo ha curato o comunque – parliamo di macchina giudiziaria – abbia permesso di uscire da una struttura più controllata (Le Querce di Firenze) ad una più aperta come quella in Traversagna.

E allora il morto di Terza serie potrebbe tornare ad essere importante.

Intanto vedremo cosa dirà domani Lotti al suo primo interrogatorio. Sempre che il maniaco della pulizia, come lo descrive un volontario della casa-famiglia, intenda rispondere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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