Il Tirreno

Pistoia

Interrogatorio ma con la videocamera

di Massimo Donati
Interrogatorio ma con la videocamera

Lo ha deciso il giudice che domani sentirà Gianluca Lotti, omicida del compagno di stanza nella casa-famiglia di Massa

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PISTOIA. Sarà interrogato domani mattina dal gip del tribunale, nel carcere di Pistoia, Gianluca Lotti, il 38enne che giovedì sera, in una casa famiglia di Massa e Cozzile, ha massacrato a colpi d’ascia il compagno di stanza Massimo Tarabori, 54 anni, pesciatino. Dopo la confessione resa davanti al pm Luigi Boccia poche ore dopo l’arresto, l’uomo, che nel 1998 aveva ucciso a colpi di spranga la fidanzata, dovrà decidere se rispondere alle domande del giudice delle indagini preliminari Alessandro Buzzegoli. E non è scontato il fatto che scelga di farlo. Già sedici anni fa, infatti, dopo aver confessato l’assassinio di Silvia Gianni, fece scena muta nel corso del successivo interrogatorio di garanzia, per poi rimanere per mesi chiuso in un silenzio impenetrabile.

Lotti è accusato di omicidio premeditato aggravato dai futili motivi: non sopportava il fatto che la vittima gli desse degli ordini e per questo, a suo dire, già da giorni aveva deciso di ucciderlo. Praticamente obbligata la linea che l’avvocato difensore Cecilia Turco dovrebbe seguire: chiedere il rito abbreviato e la perizia psichiatrica per il riconoscimento della totale infermità mentale. Quell’infermità mentale, con conseguente pericolosità sociale, che non gli hanno diagnosticato gli psichiatri in base alla cui valutazione, nell’ottobre scorso, Lotti aveva potuto lasciare la struttura protetta detentiva in cui si trovava a Firenze per iniziare il proprio percorso riabilitativo nella casa famiglia valdinievolina, dove si trovava sottoposto unicamente agli obblighi della libertà vigilata.

Come lui stesso, con glaciale puntualità, in un resoconto privo di qualunque coinvolgimento, ha spiegato venerdì mattina al pm Luigi Boccia nel corso di un interrogatorio videoregistratoin vista delle future perizie, già da giorni aveva preso forma la volontà di uccidere il compagno di stanza. Un’idea che gli si formava in testa durante il giorno ma che poi «di sera, quando andavo a letto, mio svaniva» ha detto. Ma alla fine, «come in una pentola che bolle – ha detto al magistrato – il coperchio è saltato via».

A detta degli operatori della casa famiglia dell’associazione “Un popolo in cammino” e dei medici che lo seguivano, in Lotti non si sarebbe manifestato alcun segnale premonitore della tragedia che sarebbe poi avvenuta. Anzi, il suo comportamento collaborativo, le risposte che dava alla terapia farmacologica e alle sollecitazioni delle attività in cui veniva coinvolto, avevano destato l’ottimismo di tutti. Ma evidentemente la sua reale pericolosità non era stata percepita.

Così, giovedì sera, Gianluca Lotti ha messo in atto il suo piano omicida. Non sopportava più Massimo Tarabori, quegli ordini che lui gli dava (quando erano in camera, di spengere o accendere la luce, di spengere o accendere il riscaldamento...) non gli andavano proprio giù, e non gli stava bene che non facesse la sua parte per tenere pulita la casa. A causa della terapia farmacologica a cui la vittima era sottoposta, spesso non riusciva a muoversi bene e ad avere l’attenzione necessaria per attendere alle attività quotidiane. Lotti ha deciso perciò di risolvere il problema eliminando, nel senso letterale della parola, la causa. Ha aspettato che il compagno di stanza dormisse e lo ha massacrato a colpi di ascia. Per poi, farsi la doccia, radersi, fare la valigia per il carcere e chiamare la polizia per farsi arrestare.

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