Sicurezza
«Sottovalutata la sua patologia mentale»
Nel 2004 l’assassino fu trasferito d’urgenza dal carcere all’Opg con la diagnosi di psicosi maniacale e schizofrenia
PISTOIA. «Un omicidio efferato commesso da un folle. Credo che vi sia stata una gravissima sottovalutazione della gravissima patologia mentale da cui questo giovane uomo era affetto».
Non ha dubbi l’avvocato Cecilia Turco, difensore di fiducia di Gianluca Lotti fin dai tempi del suo primo omicidio. Il suo assistito non si sarebbe dovuto trovare in quella casa famiglia di Massa e Cozzile. Soprattutto alla luce della diagnosi psichiatrica con cui, nel giugno 2004, dal carcere di Prato, dove stava scontando la condanna a 16 anni per l’assassinio della fidanzata, fu internato d’urgenza nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo: “psicosi maniacale con disturbo schizoide della personalità” scrisse allora lo psichiatra Duccio Vanni, consulente del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
E d’altra parte, la terapia farmacologica estremamente pesante a cui l’omicida continuava ad essere sottoposto da parte del servizio di Salute mentale dell’Asl pistoiese potrebbe essere considerata di per sé eloquente dimostrazione del suo stato di salute mentale: tra gli altri medicinali, ogni tredici giorni gli veniva iniettata una dose di Haldol, un neurolettico antipsicotico per pazienti affetti da schizofrenia (l’ultima lunedì 13 gennaio), il farmaco antidelirante e antiallucinatorio per eccellenza.
Ieri mattina l’avvocato Turco ha assistito Gianluca Lotti durante l’interrogatorio davanti al pm nel commissariato di Montecatini. Interrogatorio che, in vista di una futura consulenza psichiatrica, è stato videoregistrato, a testimonianza del comportamento glaciale, distaccato, estremamente puntuale ma privo di qualunque emozione tenuto dal 38enne omicida pistoiese mentre raccontava con apparente distacco ciò che aveva fatto al suo compagno di stanza. «Il mio assistito non ha la percezione del male che ha fatto – spiega – sa di avere compiuto un’azione sbagliata, ma non la vive con i sentimenti di una persona normale. Senza dubbio – prosegue il legale – ci troviamo di fronte a un caso di fallimento del sistema. E la mia paura è che ora si tenderà a strumentalizzarlo: c’è chi dirà “Visto ? I matti devono essere tutti rinchiusi!”. No. Assolutamente. Ci vogliono delle valutazioni più rigorose».
E una valutazione più rigorosa forse sarebbe stata possibile anche sulla storia clinica e sullo stato di salute mentale di Gianluca Lotti. Che già prima del precedente omicidio aveva manifestato i suoi problemi: si era gettato dalla finestra per uccidersi e si era salvato soltanto perchè era finito su un albero, fratturandosi una gamba. In seguito alla crisi psicotica all’origine di quel mancato suicidio, Lotti era stato seguito dagli psichiatri dell’ospedale di Pisa. Poi, il feroce assassinio della fidanzata e la condanna a soli 16 anni grazie al rito abbreviato e al riconoscimento delle seminfermità mentale.
«Nonostante la mia battaglia per il riconoscimento del totale vizio di mente – spiega l’avvocato Turco – Già allora, ero consapevole, convinta, come lo sono adesso, dell’estrema gravità della patologia mentale da cui era affetto Gianluca Lotti».
Come detto, Lotti era rimasto nel carcere di Prato fino al giugno 2004, quando, in seguito al ripetersi di episodi di violenza, fu sottoposto alla consulenza psichiatrica del dottor Duccio Vanni, in base alla quale dal carcere fu chiesto che il detenuto fesse urgentemente assegnato all’Opg di Montelupo, dove fu sottoposto a una pesante terapia farmacologica di contenimento.
«La famiglia – precisa l’avvocato – gli è sempre rimasta vicina, combattendo affinché fosse sottoposto anche a terapie di altra natura. E nella fase finale della sua permanenza all’Opg venne preso in carico dal servizio psichiatrico dell’Asl di Pistoia, a cui i genitori si erano ripetutamente rivolti».
Terminata di scontare la pena, era arrivato poi il momento della valutazione della sua pericolosità sociale: “ancora pericoloso socialmente” aveva diagnosticato l’apposita commissione psichiatrica. E per questo, dal settembre 2012, era stato sottoposto a una misura di sicurezza detentiva e internato nella residenza protetta Le Querce, a Firenze, una struttura convenzionate con l’unità operativa di Igiene mentale dell’Asl di Firenze.
«Tutte le relazioni dicono come in questo periodo abbia sempre tenuto un comportamento adeguato, corretto e collaborativo» spiega l’avvocato.
Quindi, dal 16 ottobre scorso, il trasferimento nella casa famiglia di Massa e Cozzile, in seguito alla decisione del magistrato di sorveglianza, presa in base alla relazione positiva dello psichiatra Mario Iannucci dell’Asl di Firenze, responsabile della Rsp Le Querce, e dello psichiatra interno alla struttura, la dottoressa Silvia Valgiusti. Nonostante il parere negativo dei colleghi dell’Asl 3.
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