Il Tirreno

Pistoia

«Perché quella persona non era sorvegliata?»

«Perché quella persona non era sorvegliata?»

La disperazione della sorella della vittima: «Massimo nella casa famiglia sembrava più sereno. Ora vogliamo capire cosa è accaduto e le responsabilità»

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PESCIA. Un uomo mite, buono. Certamente con tanti problemi, ma comunque tranquillo. È questa la descrizione che fanno di Massimo Tarabori quelli che lo conoscevano. Anche della famiglia tutti dicono la stessa cosa: brave persone, gente comune, riservata. Parole che appaiono banali e che si sentono sempre ripetere in queste occasioni, ma che oggi sembrano stonate di fronte alla brutalità della tragedia. Eppure questa è la verità: la famiglia Tarabori, piuttosto conosciuta a Pescia, era una famiglia come tante. Vivevano da anni all’interno delle case popolari di via Fiorentina. I due genitori, entrambi anziani, sono da tempo deceduti. Il padre Aladino aveva lavorato per molti anni come bidello nelle scuole elementari Simonetti, mentre la madre, Ada Landi, aveva fatto per un po’ la cuoca in una mensa scolastica per poi dedicarsi alla casa. Dei tre figli, Silva, Marco e Massimo, quest’ultimo, il più piccolo, era stato il più sfortunato. Nato sano, dopo l’adolescenza aveva cominciato a sviluppare dei disturbi mentali che lentamente lo hanno portato ad abbandonare il lavoro (faceva l’operaio in fabbrica), ad estraniarsi sempre di più dal mondo e a rendere difficile per la famiglia potersi prendere adeguatamente cura di lui. Con l’impossibilità di badare a due genitori anziani e malati e a un fratello affetto da disturbi mentali, per Silva e Marco la decisione di mandare Massimo in un istituto è stata quasi obbligatoria. Vari negli anni anche i ricoveri all’ospedale a causa dei momenti di crisi da cui Massimo era colpito e varie anche le istituzioni che hanno cercato di dare un supporto all’uomo. Ma soprattutto a non abbandonarlo mai è stato Marco, che era anche il suo tutore legale. Ex elettricista in pensione, di lui tutti dicono che era molto legato al fratello, che lo andava spesso a trovare e che ha sempre cercato di stargli vicino. «Da quando Massimo aveva cominciato a stare nella casa famiglia – dice la sorella Silva – sembrava anche star meglio. Era più sereno. Poi stanotte all’una mi è arrivata la telefonata di Marco». Ad avvisare quest’ultimo è stata un’operatrice della casa famiglia in cui è avvenuto il delitto. «Adesso non sappiamo cosa fare, non sappiamo ancora niente: né perché, né come sia successo. Se ci sia stato qualcosa che ha fatto scattare il compagno di stanza. Certo siamo meravigliati e arrabbiati e ci chiediamo perché una persona che in passato aveva già commesso un omicidio non fosse maggiormente sorvegliata». Alla domanda se decideranno di rivolgersi ad un avvocato risponde che probabilmente lo faranno, ma che ancora devono parlarne, informarsi e «capire fino in fondo cosa sia accaduto e perché».

Francesca Maltagliati

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