Sicurezza
Quel vizio osteggiato ma tanto amato
Viaggio alla scoperta della mostra “Il giuoco al tempo di Caravaggio»
MONTALE. “Il gioco è padre dell'ozio e dei vizi", ammoniva la Chiesa, ma nella Roma, nell'Italia e nell’Europa cristiana della Controriforma si giocava tranquillamente, anche oltre misura. Ce ne dà ampia testimonianza "Il giuoco al tempo di Caravaggio", ampia ed accurata mostra di dipinti, giochi e documenti dalla fine del Cinquecento ai primi del Settecento, in corso alla villa-castello Smilea, a Montale.
Sotto la stella del pittore lombardo, all'anagrafe Michelangelo Merisi, sono esposte quaranta opere, molte delle quali capolavori, fra i quali spiccano “Il baro”, del 1596, assegnato al Caravaggio stesso e collaboratore, e due tele di Guido Reni: Una "Santa Cecilia" del 1610 ed il "Bambino dormiente", del 1630. In evidenza anche due dipinti attribuiti a Nicolas Tournier, il "Concerto" e i "Giocatori di carte", esposti per la prima volta, copie pressoché coeve degli originali di Bartolomeo Manfredi, distrutti dall'attentato dei Georgofili del 1993.
Ma nella luce caravaggesca si manifesta anche ogni altro dipinto, sempre nel segno del gioco declinato comunque in sinonimi vari: passatempo, ingegno, fortuna, azzardo. Giova subito parlare del Baro. Un giovane giocatore di carte inganna il compagno traendo carte false dietro di sé; la vittima non si rende neppure conto che un terzo giovane gli sbircia le carte e ne rivela i punti al compare. E' un'opera che ostenta la frode, ma che il cardinale Del Monte volle comunque acquistare.
Per l'esattezza, a Montale sono esposti due "Bari", ossia due repliche del primo, quello di sicuro dipinto dal Caravaggio, acquistato dal Del Monte, che si trova oggi nel Texas nel museo di Fort Worth. E che ebbe tale successo che ne furono tratte cinquanta copie, e che permise al giovane Merisi di essere accolto nei salotti dell'aristocrazia romana. Ma lui, poco più che ventenne «era di sozzi costumi et andava sempre mai – testimonia il cardinale Federico Borromeo (quello dei Promessi Sposi) – con panni stracciati e lordi. Non fece altro, salvo il rappresentare i tavernieri, et i giocatori, overo le cingare che guardano la mano, overo i baronci et i fachini et gli sgratiati».
A Montale, è nella replica che chiude l'espozione che si intravede un possibile-probabile intervento del maestro.
Il Del Monte l'aveva fatto capire: la chiesa ammoniva, ma non sempre condannava; anzi, in taluni casi i giochi li consigliava come passatempi, se non sentinelle contro vizi peggiori. La bella gente giocava a scacchi, come qui ci mostra il cremonese Giulio Ciampi, mentre il gioco dei dadi apparteneva al popolo (vedi Giuseppe Maria Crespi). Erano poi di moda zingare e maghe, delle quali ammiriamo due splendide figure, l'una dell'olandese Abraham Janssens, l'altra di Elisabetta Sirani, eccellente bolognese. Danzano i contadini sotto il pennello di Michelangelo Cerquozzi, mentre il popolo assiepa "L'albero della cuccagna", di Pietro Domenico Olivero. Tra i più classici, Francesco Albani fa danzare gli amorini nudi e, tra i più crudi, di anonimo, quattro poveracci che giocano alla morra. E c'è chi promette fortuna col giuoco dei bussolotti…
Anche le bocce potevano rinvigorire il corpo e distrarre la mente: lo testimonia David Teniers “il giovane”. Ma – ricordava sempre la mentalità del tempo - l' "Homo bulla est", vedi "Il ragazzo che gioca con le bolle" con accanto un teschio, del cosiddetto Maestro dei quattro evangelisti di Quimper. Né manca la malizia nella seducente "Moretta" di Felice Boscarati
Infine, le carte. Proibite, osteggiate! Ma da quando papa Sisto V, nel 1588, aveva messo un'imposta di bollo sui mazzi da gioco, le stesse erano passate dall'inferno al purgatorio: da redimere col vile denaro.
Paolo Gestri
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