Sicurezza
Ma il caso Repower resta aperto
Alfredo Bani, ex Radicifil ora disoccupato: «Non era un buon progetto»
PISTOIA. «Alcuni ex colleghi ce l’hanno con me, perché anche quando l’ipotesi Repower sembrava a portata di mano, ho detto di no al progetto. Non mi piaceva, non ci credevo, e non solo perché pensavo che ci sarebbero andati “i soliti raccomandati”.».
Alfredo Bani, 50 anni, ha una moglie e quattro figli. Per lui, nella vicenda Radicifil, «gli operai sono stati semplicemente delle comparse».
E chi sono stati allora, chiediamo, i primi attori? «Chi? - risponde come se fosse una domanda retorica - L’azienda, in primo luogo, che aveva interesse a chiudere e andare dove le conveniva di più. Essendo un privato, faceva il suo gioco.
E poi la politica, i sindacati». Anche i sindacati? «Non abbiamo mai fatto una manifestazione nostra - risponde Bani - ci veniva detto di stare tranquilli. Non è stata percorsa la strada della lotta. Il poco fatto è stato fumo negli occhi per tenere impegnati gli operai e dare lavoro a chi organizzava i corsi. Ho trascorso - racconta - quasi 5 anni alla Radificil, in filatura. Non ho mai creduto che saremmo ripartiti. «Ho un lavoro ora, devo lottare per tenermelo», pensavo. La strada della lotta invece non è mai partita».
La cassa integrazione è stata pagata con regolarità. «L’abbiamo riscossa per due anni, e poi sei mesi di cig in deroga. Da luglio non riceviamo più niente, per il mancato rifinanziamento statale della cassa in deroga. Qualcuno nel frattempo si è dimesso per andare in mobilità e prendere qualche euro, anche se quelli andati via non hanno potuto contare sui 15mila euro di buonuscita (in tre tranche e tassati al 23%) di buonuscita».
Trovare lavoro a 50 anni? «Io - spiega Bani - ho portato curriculum, ma di andare a perdere tempo dove non ci sono possibilità non ne ho voglia. Per andare a cercare lavoro alla mia età bisogna esser sicuri, scartare quelle aziende dove sai che l’età è un ostacolo insormontabile. Devo reinventarmi qualcosa, lo so. I miei figli per fortuna mi vedono attivo: ho lavorato un po’ grazie ai voucher, ho fatto l’istruttore di nuoto. Mia moglie porta qualcosa a casa, non abbiamo mutui da pagare... Anche se ci sono le utenze, e non sono costi lievi».
«Non ho una famiglia a carico, per me è stato più facile», racconta Marco Begliomini, 32 anni, il “piccolo” del gruppo. Sto lavorando saltuariamente, cerco un’occupazione stabile. Sa cosa ricordo meglio? Che tre mesi prima dell’annuncio della chiusura ci fecero fare un test da uno psicologo sull’occupazione e la crisi». (t.g.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
