Gioco
Santonuovo saluta il parroco di una vita
Si è spento monsignor Aldemiro Cinotti. Ordinato sacerdote nel 1940, ha battezzato generazioni di quarratini
SANTONUOVO. Per tutti era “il priore”, un uomo che con l’umiltà e la semplicità dei più schietti sentimenti ha accolto nella sua chiesa almeno tre generazioni, celebrando centinaia di battesimi, matrimoni e funerali. Sotto le sue benedizioni è passato un pezzo enorme di storia. A Santonuovo arrivò come cappellano il 13 giugno 1940, fresco di ordinazione sacerdotale. Da allora non ha più lasciato la parrocchia di San Germano. 73 anni di sacerdozio vissuti nella frazione quarratina, che per amore e per fedeltà lo ha considerato un padre.
Nel dopoguerra lottò per portare in paese i servizi primari. Storica la battaglia condotta negli anni Cinquanta sulle poste. Alla fine la spuntarono lui e i suoi parrocchiani con l’apertura dell’agognato ufficio. Monsignor Aldemiro Cinotti è morto giovedì, poco dopo la mezzanotte, nella casa di Campiglio in cui viveva da un anno con la nipote Franca. «Si è spento come quando qualcuno soffia su una candela» racconta Luca Paolieri, pronipote del priore. Aveva 99 anni, un’ età che non ha eguali nella diocesi di Pistoia. Era nato il 30 maggio 1914 a Castra, una piccola frazione nel Comune fiorentino di Capraia e Limite, all’epoca formata da una quindicina di case. Diventò sacerdote due settimane prima del suo ventiseiesimo compleanno, in un giorno di primavera. L’Italia era in odor di guerra e non c’era tempo per aspettare la festa di San Pietro e Paolo del 29 giugno. Le ordinazioni sacerdotali andavano fatte subito. Occorrevano cappellani, così il vescovo Giuseppe De Bernardi anticipò d’un mese la storia. Quando al giovane don Cinotti dissero che sarebbe stato mandato a Santonuovo «lui non sapeva nemmeno dove fosse» racconta Giovanna Maraviglia, organista della parrocchia e da sempre vicina al sacerdote. Andò in piazza Garibaldi, a Pistoia, e prese una prima carrozza. Arrivò a Casalguidi, dove ne prese un’altra, quella che andava a Agliana. Sopra sedevano due carabinieri. «Quando arrivarono davanti alla chiesa – racconta Giovanna - c’era una coppia di contadini (nella casa dove ora c’è un negozio di lampadari, ndr) che vedendolo scendere dissero “sarà anche un buon parroco quello che c’hanno mandato ma viene accompagnato da due carabinieri…”. Lui lo raccontava sempre questo aneddoto.
Con don Cinotti se n’è andato un pezzo di storia e un pezzo di noi. Anni fa (nel 1997, su segnalazione dell’allora vescovo Scatizzi e a firma del Santo Padre Giovanni Paolo II, ndr) fu nominato monsignore, ma per noi lo era già da prima, lo è sempre stato, anche se lui voleva che lo chiamassimo don». «Era come un secondo padre – dice il vicesindaco Gabriele Romiti, che da don Cinotti ha ricevuto il battesimo, così come lo hanno ricevuto i suoi bambini– Un uomo con grandi valori che ha cercato sempre di trasmettere agli altri».
«Nel 1940 – raccontava il parroco al Tirreno in occasione dei suo settant’anni di sacerdozio - Santonuovo aveva 550 abitanti, tutti contadini, religiosissimi e rispettosissimi». «La popolazione – diceva - ha continuato a volermi bene e mi ha aiutato parecchio. Sono orgoglioso dei miei popolani». Un’unione che è emersa dirompente, come fosse un fiume in piena, nel momento della morte e durante i giorni precedenti, quando ormai la fiamma era quasi spenta. «C’è stata una grande partecipazione da parte delle persone» racconta il pronipote. Ieri in molti sono andati in chiesa a vegliare la salma di monsignor Cinotti, esposta fin dal mattino in quella che per oltre settant’anni è stata la sua casa. Resterà lì fino ai funerali di domani in San Germano celebrati dal vescovo Mansueto Bianchi, alle 15.
Il priore è rimasto alla guida della parrocchia fino alla messa dello scorso Natale, celebrata insieme a don Roberto Razzoli, oggi titolare per Santonuovo. All’età di 97 anni ancora andava da solo a Pistoia in macchina per svolgere il ruolo di cancelliere vescovile della cura diocesana, che ha ricoperto dal 1987 al 2012. «Il dottore – ricorda Luca – gli diceva sempre che aveva il cuore di un atleta quarantenne». Amava camminare, cercar funghi e starsene da solo a pensare nel piccolo angolo ricavato dietro la chiesa,tra gli alberi, con delle canne di bambù. “Con l’aiuto di Dio e del popolo”, come diceva lui stesso, ha risistemato la canonica, ha fatto nascere il circolo ricreativo, ha illuminato il campanile, ha rifatto la piazza e ha coltivato l’Azione cattolica come fosse un frutto da annaffiare e nutrire. Nel 1973 ha restaurato la canonica di Torri per portarci i bambini d’estate, ancora oggi in uso. L’ultimo desiderio esaudito grazie ai fedeli, è stato la ristrutturazione dell’organo ottocentesco Agati-Tronci.
Beatrice Faragli
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