Il Tirreno

Pistoia

Scende in piazza la rabbia di studenti e pensionati

Scende in piazza la rabbia di studenti e pensionati

Anche in città la protesta senza sigle: in 250 sfilano per le vie del centro «Basta con questo governo, vogliamo riprenderci il nostro futuro»

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PISTOIA. «Scendete! Scendete! Che ci fate lassù? Venite qua». Le voci degli studenti sovrastano quelle degli adulti. Guardano in su verso i palazzi di corso Gramsci, poi di corso Silvano Fedi, alzano le mani e incitano le persone che li osservano dalle finestre chiuse a scendere in strada. Sono 250, forse 300. Studenti dell’Istituto Sismondi di Pescia e del Pacinotti di Pistoia, disoccupati, pensionati, imprenditori, padri e madri (c’è scritto in un cartello). Sventolano bandiere dell’Italia. «Siamo apolitici, asindacali, non ci riconosciamo in nessuna corrente», grida Veronica Paolieri, 34 anni, una laurea in Scienze dell’educazione, attualmente senza lavoro.

Anche se Martina Macelloni, che con Paolieri e Alessandro Timpanaro ha fondato il Coordinamento Pistoia 9 dicembre 2013, ricorda che «il Coordinamento nazionale nasce dal Movimento dei forconi e si sviluppa con il supporto di varie categorie economiche». Cogliendo l’occasione dello sciopero degli autotrasportatori, il Coordinamento nazionale ha indetto una giornata di sciopero e protesta nelle città italiane - circa 100 - dove ha messo radici. «Se mercoledì (domani, ndr) verrà votata la fiducia al governo - ha detto Mariano Ferro, leader dei Forconi - tutti convergeremo su Roma per un’invasione pacifica».

«Agiremo nella legalità», ha aggiunto Danilo Calvani, capo del Coordinamento nazionale, prendendo le distanze «da tutti quei partiti estremisti come Forza Nuova che cercano di strumentalizzare la protesta».

Ed esponenti di destra e sinistra - da Casa Pound ai Carc all’ex leghista Paolo Bonacchi («sono qui come espressione di me stesso», ha rivendicato con orgoglio), ad anarchici - sono stati visti anche nel corteo che ieri mattina da piazza San Francesco si è snodato per le strade del centro per poi tornare in piazza, dove il presìdio del Coordinamento resterà fino al 13 dicembre.

Ma è sembrata soprattutto la protesta di «un Paese che non ce la fa più». Quelli che vogliono «un’Italia diversa». Tante le bandiere italiane, l’inno di Mameli cantato e ricantato più volte. Perché vorrebbero sentirsi orgogliosi di essere italiani. Alzano cartelli tricolori imbevuti di disperazione, stringono tra le mani, in cima al corteo, uno striscione su cui è scritto: “Ci volevate schiavi, ci avrete ribelli”. Ce l’hanno con la casta: «Contro i privilegi della casta tutti in piazza». «Contro politici corrotti - urla Veronica Paolieri - che dovrebbero lavorare per noi e pensano al loro interesse». Timori di essere accusati di qualunquismo? «Forse - risponde - ma qui tutti ne hanno veramente le p...e piene. Stanno facendo chiudere le piccole imprese. Fingono di risolvere i problemi, mentre continuano a spendere i soldi che ci prendono con tasse insostenibili».

«Siamo partiti con 40-50 adesioni su Facebook - spiega Martina Macelloni, 33 anni, assistente sociale e attrice teatrale - Nell’arco di pochi giorni sono diventate 800. Alle riunioni per preparare la giornata credevamo di essere quattro gatti e invece hanno partecipato subito una cinquantina di persone: di tutte le età ed estrazione sociale. In tanti si sono mossi a livello pratico, hanno preparato gli striscioni, comprato tutto quello che serviva per dare voce alla protesta».

Che sperate di ottenere? «Intanto - afferma Fabio Cappellini - ci contiamo. Probabile che nasca presto un movimento, ma al momento vogliamo solo dar rabbia alla voce della gente». Cappellini ora è senza lavoro, fino a poco tempo fa era titolare di un’azienda che vendeva caravan: «Ho chiuso, come tanti, a causa delle banche».

I più arrabbiati sono gli studenti: «Ci stanno togliendo il futuro - dicono Lorenzo, Francesco, Tommaso, Giulia del Pacinotti e del Sismondi - Non possiamo uscire da scuola sapendo di non avere possibilità di trovare un lavoro, o trovarne uno che non ci dà la possibilità di fare progetti per la nostra vita».

Tiziana Gori

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