Attenzione
La burocrazia contro i ragazzini
Per giocare in una squadra i figli degli immigrati devono presentare otto documenti diversi
PISTOIA. Se lo Stato non li riconosce, almeno lo faccia il campo da calcio. Un bimbo nato in Italia da genitori immigrati, come è ormai noto, gode di ben pochi diritti rispetto ai suoi coetanei. E’ un ospite, non un cittadino riconosciuto e questo complica sensibilmente la sua permanenza nel nostro Paese.
Ai suoi occhi, anche le cose più semplici, come giocare in una squadra di calcio, possono diventare un’impresa.
E qui si scopre il rovescio di una stranissima medaglia. Dietro i buu a Balotelli c’è anche una burocrazia cieca.
«Per iscriversi e partecipare agli allenamenti di una società iscritta alla Federazione , questi bambini devono intraprendere un percorso burocratico che non ha dell’umano – la denuncia è lancoata da Renzo Corsini, presidente dell’A. S. D. Avanguardia di Pistoia – molti di loro rinunciano per disperazione a intraprendere un’attività che al contrario potrebbe portarli a una maggiore integrazione».
Corsini, classe 1936, lancia un appello alla Figc: da oggi tutti i ragazzi nati in Italia siano calcisticamente italiani. Uno ius soli antecedente a quello invocato dalla ministra Kyenge.
Secondo il presidente della società pistoiese per giocare in una squadra di calcio sarebbero necessari ben otto documenti per assicurare a un bambino l’iscrizione ad una squadra, anche dilettantistica.
I genitori dovrebbero presentare i loro permessi di soggiorno più quello del bambino, le copie di tre documenti di riconoscimento, una certificazione che attesti l’iscrizione ad una scuola italiana e la dichiarazione che il bambino non sia mai stato tesserato presso nessuna federazione straniera.
«Di questi giorni è la notizia che la Federazione italiana Hockey su prato – commenta Corsini – ha riconosciuto italiani tutti i bambini, indipendentemente dalla nazionalità. Chiedo al presidente nazionale del settore giovanile di i Federcalcio , Gianni Rivera, di rivedere le regole anche nel gioco del calcio».
Per chi non lo sapesse, Gianni Rivera è stato il più grande campione del calcio mondiale negli anni Sessanta. Per molti secondo solo a Edson Arantes do Nascimiento, in arte Pelè.
L’A. S. D. Avanguardia è molto senisbile al problema, anche perchè è un crocevia di culture ed ex nazionalità.
Dei circa 90 iscritti, un terzo è costituito da ragazzi che non godono al momento della cittadinanza italiana.
La maggior parte di loro ha origini albanesi (che è una comunità fortisssima, come tutti sanno, nella nostra provincia, legata al lavoro nei vivai) ma non mancano romeni, tunisini, egiziani, marocchini e latinoamericani.
Proprio per non far distinzioni, la società ha deciso di non gravare troppo sulle spalle dei giovani atleti, limitandosi alla sola iscrizione annuale, senza pretendere il versamento di una retta mensile.
Fra di loro, infatti, non tutti potrebbero permettersi di praticare uno sport. Questo, in realtà, va al di là dell’origine: italiani o figli di immigrati la crisi economica colpisce tutte le famiglie.
Per questo motivo all’Avanguardia si pratica molto la solidarietà, anche quella più spicciola.
«Quando un ragazzo decide di lasciare la squadra – racconta il presidente – cerco di spingerlo ad un gesto di solidarietà. Chiedo in dono il suo paio di scarpe, perché ci sarà qualcuno, dopo di lui, che avrà sempre bisogno di un po’ di aiuto».
Nell’attesa che da queste schiere venga fuori il nuovo Balotelli o il futuro El Sharawi. Perchè il futuro del calcio, ormai lo si è capito, è in mano a quelli che oggi chiamiamo ancora «nuovi italiani».
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