Il Tirreno

Pistoia

«L’assalto ai boschi distrugge la montagna»

«L’assalto ai boschi distrugge la montagna»

Lo scrittore Federico Pagliai non giustifica i boicotaggi ma lancia l’allarme per un’economia a rischio

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MARCELLO. «Funghi: una fine annunciata». Così Federico Pagliai, scrittore di montagna e soccorritore alpino, intitola la sua lettera aperta. Una riflessione amara, quanto realistica, che traccia l’inevitabile sorte cui andranno incontro questi frutti del sottobosco in mancanza di una seria regolamentazione di raccolta. «Mirtilli, funghi e castagne: tre risorse della montagna, della collettività ma soprattutto, e da sempre, a beneficio della gente che in montagna ci vive – comincia la lettera – prodotti naturali che hanno imboccato la via dell’estinzione, di una fine annunciata. Non fare niente per evitarla è come assecondare passivamente questo destino, rendersi complici e colpevoli». Scuotere al limite della provocazione chi sta dormendo o fa finta di tenere gli occhi chiusi è lo scopo dichiarato dello scritto. «La questione dei funghi torna di moda ogni autunno sull’ondata emotiva, poi, alla prima neve, cade nel dimenticatoio. I boschi non parlano, ma non possono dimenticare gli assalti indiscriminati che ogni anno vengono loro perpetrati da orde di cercatori. Un letto di muschio ci mette dieci anni a rigenerarsi, una fungata qualcosa di meno». «Chi, come me, cammina spesso per boschi comprende che certe situazioni mettono a repentaglio l’incolumità dei cercatori e la salvaguardia del bosco, due valori che credo dovrebbero animare ogni regolamento. Ciò che antepone l’interesse per il denaro è da rifiutare senza compromessi. Il regolamento vigente pare solo un balzello per estorcere denari al fine di procurarsi una licenza che induce a pensare di poter fare ciò che si vuole nel bosco». «I danni arrecati alle automobili sono da stigmatizzare. Quassù però non ne possiamo più di fiumane di gente prive di conoscenza e rispetto per le selve, ma si ricorda della montagna solo se c’è da prendere qualcosa. Il bosco merita rispetto quanto se non più di Ponte Vecchio a Firenze». «Per l’esperienza professionale di elisoccorso 118 e volontario del Soccorso Alpino posso affermare che la moltitudine di chiamate per dispersi o infortuni in montagna è da attribuire all’atteggiamento di approssimazione e presunzione di chi si inoltra per boschi solo nel periodo dei funghi, animato dalla bramosia del paniere pieno. Non è vestendosi da rambetti, muniti di Gps e cellulari, che si diventa conoscitori delle insidie del bosco. Vogliamo continuare a ignorare queste morti o lesioni annunciate, le loro ricadute sulla società, i costi pubblici, i rischi per i soccorritori? A funghi si va indossando un gilet giallo o arancione, niente stivali di gomma o scarpine bianche di tela, ma con scarponi da montagna. Occorrono controlli serrati: chi non ha scarpe adatte multa salata e rientro a casa». «Educazione micologica e boschiva sono solo altri balzelli a vantaggio di presunti teorici delle foreste. Non è frequentando un corso serale di micologia che si impara a rispettare e stare in equilibrio nel bosco». «Nei posti più accessibili come un fungo sbuca c’è subito una mano pronta a raccoglierlo. Che continuità nel tempo ci potrà mai essere per la specie se un fungo grande come una noce viene estirpato prima di aver disperso le sue spore?» «Vista l’esiguità di personale di controllo, dovremmo ricorrere a una raccolta a giorni alterni e non prima di dodici giorni dall’ultima valida pioggia. La formazione adeguata di giovani a supporto del Cfs e guardie provinciali sarebbe un buon modo per combattere la disoccupazione». Secondo Pagliai va bene anche il permesso «ma di centinaia di euro, rilasciato per i forestieri alle 9 del mattino e con i proventi da destinare in modo esclusivo alla salvaguardia dei boschi. Continuando di questo passo i funghi resteranno solo un ricordo. Col silenzio-assenso di chi, per sottovalutazione, non ha preso provvedimenti in tempi utili».

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di Redazione web