Toscana
Quando andare in bicicletta serviva solo per campare
Visitatissima la mostra allestita a palazzo di Giano in occasione dei campionati di ciclismo C’era chi sulle due ruote faceva tutto: il calzolaio, l’arrotino ed il santarellaro
PISTOIA. Forse gli ultimi a passare per le strade delle nostre campagne fino agli anni 60-70 sono stati gli arrotini con l’inconfondibile richiamo “Donne… è arrivato l’arrotino” ma erano tanti i mestieri che venivano svolti, nella prima metà del ‘900, spostandosi in bicicletta. Dalle più semplici del postino e del fornaio, alle più ingegnose, attrezzate di tutto punto dell’arrotino, del calzolaio, alle più insolite come quella del santarellaro e del fotografo.
Sono tanti in questi giorni i visitatori che stanno apprezzando la bella mostra “Quando si lavorava in bicicletta” nelle stanze affrescate del Comune (fino al 30 settembre). Grandi e piccini rimangono incantati davanti ai cassetti del chincagliere e si chiedono chi fosse il magnano o come facessero a pedalare così stracarichi. “Tanti le compravano per portare il peso ma non ci sapevano andare – spiega Ernesto Franchi di Quarrata, uno dei tre collezionisti, insieme a Mauro Grifoni e Floriano Musolesi. Ernesto Franchi ha iniziato a collezionare oggetti da lavoro e di uso comune da quando aveva 5 anni.
Da allora ha collezionato oltre 8000 oggetti comprati nei mercatini o barattati nelle case grazie anche al suo lavoro di tappezziere. Circa 5000 hanno trovato posto nella “Casa di Zela” nell’area protetta della Querciola a Caserana (aperto, sabato e domenica pomeriggio) donata dalla famiglia Banchelli allo scopo e restaurata dal Comune con fondi Ue e Mps. Tra le tante testimonianze della cultura contadina ci sono anche le biciclette da lavoro.
La prima della collezione fu quella del Chincagliere, e non a caso, perché quello era il lavoro di suo padre e prima ancora del nonno. “Il babbo era sempre andato a piedi e poi in lambretta ma qui a Quarrata fino agli anni 80 veniva a vendere da Campi, Giannino. Si vedeva sempre sulla fiorentina che spingeva la bicicletta, vendeva chincaglierie come mio padre, di casa in casa. Così quando smise conoscevo un suo parente e mi donarono la bicicletta, quella esposta a Pistoia, sulla quale montai la cassetta di mio padre con tutti gli oggetti di minuteria che servivano in casa” e mostra un tubetto di metalcromo che le donne strofinavano sulle stufe a legna quando passava l’acquasanta per farle di color argento e che i bambini rubavano per far sembrare più vere le spade di legno.
“Nel paese di mio nonno in Abruzzo facevano tutti i chincaglieri – continua a raccontare - nei mesi in cui non c’era lavoro nei campi partivano con la capretta su una spalla e la cassetta con la merce sull’altra, mio padre portava sulle spalle oltre 80 chili e pesava solo 63 ma so di altri che portavano anche 103 chili. Stavano fuori 2 – 3 mesi e risalivano fino all’Emilia, ognuno aveva la sua zona. Mio nonno e mio padre facevano il Chianti e il grossetano. Si fermavano a dormire dove capitava chiedendo ospitalità, spesso nei fienili e nelle stalle. Una volta mio padre, per scaldarsi, dormì in un grosso forno dove la mattina prima avevano cotto il pane e ne uscì tutto nero. Per ripagare dell’ospitalità ognuno sapere fare qualcosa: impagliare sedie, fare scope, riparare vanghe.
Un amico di Quarrata quello che portava 103 chili, sapeva suonare l’armonica a bocca e la sera nelle case dove rimaneva suonavano e ballavano”. Nel '57 il padre di Ernesto trovò lavoro a Prato a fare stracci. “Dopo un anno si ammalò. Il dottore ci disse “se rimane in fabbrica muore, rimandatelo fuori” così ricominciò a fare il chincagliere con la Beta 125: nel ’66 per l’alluvione rimase bloccato a Livorno: non avemmo notizie per tre giorni”. Una delle ultime biciclette della sua collezione è stata quella del Santarellaro - “Sacro e profano” precisa - perché nel ventennio oltre ai santini erano molto richieste anche le immagini del re, della regina e del duce. “I santarellari provenivano tutti da un altro paese abruzzese dove erano due stamperie di immagini sacre.
Da quel paese nell’800 sono arrivati a vendere santini in tutta Europa e poi si sono spinti fino in India, Filippine e Giappone. Ne facevano anche su ordinazione. Se un contadino chiedeva di un santo protettore particolare, loro rispondevano “La prossima volta” tornavano in paese e se lo facevano stampare apposta. Spesso le incorniciavano con un vetro fermato da nastro telato per spendere poco e quando gli chiedevano che cornice fosse rispondevano “Cornice all’inglese”. Tutto quello che era strano lo spacciavano per inglese”. Poi c’è la bici del magnano diventato ramaio, lattoniere, stagnino, trombaio e idraulico.
»Accomodava i paioli in rame ma anche le terrecotte. Quando si rompeva una scodella per il brodo non la buttavano, aspettavano il magnano che con un trapano a vela faceva buchi nelle due parti rotte e le fissava insieme con delle grappe. Come collante usava il lievito del pane che per un po’ incollava poi, nelle fessure, ci rimaneva un po’ di sudicio e non perdeva più». Questo era il mondo.
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