Il Tirreno

Pistoia

«Il Pacini poteva vivere con risorse proprie»

L’ex medico e presidente di banca Luciano Battani racconta la «morte lenta» dell’ospedale

2 MINUTI DI LETTURA





MARCELLO. Con una lunga e documentata lettera, Luciano Battani, medico, 83 anni di età, quaranta dei quali di attività medica alle spalle, dei quali 36 trascorsi all'ospedale Pacini di San Marcello con la qualifica di anestesista, interviene nel teso dibattito sulla sanità. Lo fa non solo forte di un'esperienza professionale indiscutibile, ma anche perché nel corso di tutta la sua vita ha ricoperto incarichi che gli hanno consentito una visione completa dei problemi della montagna pistoiese. Cinquantatré anni alla Croce Rossa, quindici alla presidenza della Bcc della Montagna, direttore sanitario all'Avis di San Marcello, consigliere comunale. .

Dottor Battani, è amareggiato per la nuova situazione dell’ospedale Pacini?

«Potrei citare un esempio accaduto diversi anni fa. Fui incaricato dalla direzione dell'ospedale di incontrare il prof. Francesco Parducci, mio compagno di studi universitari, e un grande specialista in oculistica, per cercare di farlo venire all'ospedale di San Marcello. Per accettare chiese attrezzature mediche costose che non esistevano nemmeno nell'ospedale di Pistoia. Fu accontentato e venne. L'ospedale era all'avanguardia».

Ma è passato molto tempo e le cose cambiano, non crede?

«Certo, ma sono state fatte molte cose sbagliate e molte sono state le perdite in questi anni: ostetricia, ginecologia, anestesia, ortopedia, laboratorio analisi, la chirurgia, la Tac funziona senza contrasto e presto, forse anche emodialisi».

Per esempio quali sbagli?

«Si è iniziato col Consorzio socio-sanitario. Un assurdo. Pensi nella provincia c'erano tre consorzi. Due nella zona di Pistoia e uno in Montagna. Con l'entrata in vigore della legge 833 l'autonomia dell'ospedale di San Marcello cessò e passò tutto all'Usl 8. I due consorzi di Pistoia erano indebitati mentre quello della Montagna portò all'Usl una "dote" di 300 milioni. Questo dimostra che l'ospedale di San Marcello era in grado di vivere con risorse proprie».

Da cosa derivavano le risorse proprie?

«Qui a San Marcello venivano molti pazienti dall'esterno. Per esempio gente infortunata o persone che avevano malattie che qui era più facile curare dato il clima estivo particolare. Questo portava finanza all'ospedale. Poi c'erano le famiglie agiate come gli Orlando, i Cini, i Lodolo, i Lazzi che facevano molte donazioni».

Ha una proposta per un'inversione di tendenza?

«No, perché i danni sono già stati fatti. L'ospedale di San Marcello è chiuso. Morto. È rimasto il cosiddetto pronto soccorso. Non è che un ambulatorio aperto 24 ore al giorno dove un medico e uno o due infermieri si assumono grossissime responsabilità per i casi difficili, dovendo decidere diagnosi e terapie, spesso urgenti, senza l’ausilio di altri specialisti e il supporto di servizi efficienti. Se succederà qualcosa di anormale scatterà la malasanità che coinvolgerà gli addetti alla struttura resa inefficiente da programmazioni assurde e non funzionali».

Sauro Romagnani

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Attenzione

Ritiro urgente nei supermercati Conad di albume d’uovo per rischio salmonella

di Redazione web