Il Tirreno

Pistoia

Il grido del vescovo contro la guerra nella fabbrica di armi

di Francesco Albonetti
Il grido del vescovo contro la guerra nella fabbrica di armi

Durante la messa nelle gallerie ex Smi Bianchi ammonisce a «coltivare la pace ogni giorno, non solo nelle emergenze»

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CAMPO TIZZORO. Il grido e la preghiera contro la guerra, quella che si profila in Siria ma anche quella che ciascuno combatte ogni giorno contro il consumismo e l’indifferenza, l’individualismo e la logica del successo ad ogni costo. Un grido che il vescovo Mansueto Bianchi ha voluto lanciare negli angusti cunicoli del rifugio anti-aereo dell’ex fabbrica di munizioni Smi, a Campo Tizzoro. «La culla di Caino», come ha definito Bianchi quei muri bianchi «dove sopra si costruivano armi e sotto si dava scampo alla morte». C’era grande attesa per la messa sotterranea, un modo unico per rispondere all’appello di papa Francesco, in uno dei luoghi più suggestivi e densi di significato della montagna pistoiese e della Toscana. Circa due-trecento persone vi hanno assistito, scendendo le centinaia di scaline per l’occasione ingentilite con rami e foglie di ulivo, simbolo di pace. Pochi gli amministratori presenti alla funzione, un solo sindaco: Carluccio Ceccarelli di Cutigliano. Una messa semplice e dura nelle parole, quella del vescovo nella cappellina di Santa Barbara, patrona di Campo Tizzoro, arricchita dai canti della corale locale, che porta lo stesso nome. Prima della messa Bianchi ha visitato il museo, accompagnato da Gianluca Iori, presidente dell’Irsa, l’istituto artefice del recupero dei sotterranei dl villaggio fabbrica dove, ancora nel 1991 durante la guerra del Golfo, suonavano le sirene di allerta e sparavano colpi di prova contro un una montagna-poligono chiamata “mille metri”. Un paese compenetrato nella sua fabbrica, pertanto molto amata dagli abitanti. Il vescovo ha maledetto quel luogo come «culla di Caino», specificando però che proprio dalla presenza di quell’angolo di cappella sotterranea arriva la più grande speranza di vita e di pace. «Queste mura hanno voce, custodiscono una memoria, trasmettono una voce di gemito e di pianto, di preghiera e di terrore: la distruzione la fuga, il domani minacciato e incerto». Esattamente come avviene adesso in Siria. «È uno scendere sotto la terra dei vivi, dove si dava la vita cercando riparo – ha proseguito il vescovo Bianchi – Questo luogo ci aiuta a sentire vicini gli inermi, i poveri, quelli che possono soltanto piangere e sanguinare. Il grido di una delle madri che stringono al petto un figlio ferito o morto, il pianto disperato dei bambini che tendono le loro mani perché i genitori non ci sono più». Caino come «menestrello della morte», al cui canto si contrappone il canto della vita e della pace attraverso la preghiera e il digiuno, come consigliato dal papa. «E noi siamo venuti qui ad aggrapparci a questa fogliolina verde di vita». Il vescovo Bianchi ha poi esteso il concetto di pace, che non deve essere «legato soltanto all’emergenza, ma deve diventare la logica di vita e di relazione, dei rapporti quotidiani. Cosa stiamo consegnando alla vita dei nostri figli e delle nuove generazioni?»

Bianchi a fine messa non ha mancato di accennare alla montagna che lo ospitava e ai suoi grandi problemi attuali: «mi auguro anche che l'attenzione oggi catalizzata sul rifugio di Campotizzoro, possa servire per rinnovare l'attenzione sulla vita della nostra montagna. L’evento religioso acquista anche un grande significato profano che non sfugge a Gianluca Iori dell’Irsa: «Sono molto onorato per questa scelta del vescovo ed anche molto soddisfatto per la ricaduta che può portare all’esterno per la conoscenza di questi luoghi. È stata un’estate molto positiva per noi. Abbiamo avuto tantissimi visitatori nei nostri musei, alla Smi come alla Ferrriera Sabatini, e le visite guidate si susseguono a ritmo serrato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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