Il Tirreno

Pistoia

Dissequestrato l’«Arlecchino»

di Corrado Benzio
Dissequestrato l’«Arlecchino»

Il gemello del Settebello è a Pistoia dopo le «disavventure» per un’inchiesta sugli appalti nelle Fs

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PISTOIA. E’ arrivato in stazione il 4 luglio scorso. In pochi se ne sono accorti. Ma al deposito del materiale storico delle Ferrovie dello Stato da quasi un mese c’è l’ultimo esemplare dell’Etr 252, uno dei vanti delle Ferrovie dello Stato, ma soprattutto della Breda.

L’Arlecchino, per i non appassionati di treni, è il fratello minore del più celebre Settebello.

Quest’ultimo venne progettato nel 1950 per entrate in linea a metà di quel decennio.

Era bellissimo, ma soprattutto più che un treno era un simbolo. Del Made in Italy ma soprattutto di un’Italia in buona parte ricostruita dopo la guerra e che si avvicinava a tappe forzatissime al Boom economico.

Il Settebello (l’Etr 300 venne così chiamato perchè formato da sette carrozze) era un treno di lusso di sola prima classe che faceva servizio fra Milano e Roma. Ne costruirono solo tre per l’eccessivo costo, ma era veramente uno spettacolo a vedersi con quel muso bombato che ricordava i musi dei jet e quei carter tutto particolari.

L’Arlecchino venne chiamato così perchè percorreva la tratta Roma-Venezia ed entrò in funzione per le Olimpiadi di Roma.

Chi è nato dopo il 1950 non può immaginare cosa furono per l’Italia quei Giochi. Al di là della bellezza di Roma, era il segnale che un paese sconfitto ed esecrato era tornato nel novero delle grandi nazioni. Poi certo ci furono anche le vittorie (da Livio Berruti a Nino Benvenuti, tutti nomi rimasti nell’immaginario collettivo) ma era l’immagine dell’Italia che si era modificata.

Pensiamo solo alle Ferrovie. I 16mila chilometri di linea erano il 25 aprile 1945 in gran parte distrutti. Di sicuro gli Alleati – per bloccare gli spostamenti dei Tedeschi – non avevano lasciato in piedi un ponte ferroviario che fosse uno.

Per questo vedere sfrecciare Settebello ed Arlecchino a 161 km orario era veramente un sogno.

Peccato, e veniamo ai giorni nostri, che un simbolo come il Settebello venga dimenticato. Come se non avesse la stessa dignità di altre icone di quegli anni, dalla prima Cinquecento alla Vespa, dalla Lambretta ai grattacieli milanesi (dal Pirelli alla Torre Velasca).

Invece l’Arlecchino che dal 4 luglio è in deposito a Pistoia è stato solo riverniciato. Non è in grado di muoversi autonomamente, ma soprattutto sembra che gli interni (peraltro non più quelli originali) non siano in grandi condizioni.

Eppure il Settebello e l’Arlecchino sono due simboli. Delle ferrovie ma anche di quella AnsaldoBreda che di fatto è l’erede di quella fabbrica di Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia per l’altissima percentuale di fabbrica ed operai.

Da qui l’appello che arriva dal mondo degli appassionati di treni di restaurare completamente l’Arlecchino e farlo viaggiare.

C’è stato un periodo che le Ferrovie avevano pensato di usare come charter questo tipo di treni storici, ma sembrache il progetto sia di fatto tramontato.

C’è chi elenca i personaggi che su questi treni hanno viaggiato. Dai presidenti della Repubblica ad attrici come Siliva Koscina. Dai capitani d’industria del nord che usavano i due elettrotreni per scendere nella Capitale.

Come si restaura il grande design made in Italiy perchè non ripensare al recupero di questo treno. Dove fra gli altri ha messo le mani nel design interno anche un nome come Gio’ Ponti.

Ultima notizia. Perchè l’Arlecchino arriva solo ora? Perchè era sotto sequestro per un’inchiesta sugli appalti per la verniciatura delle carrozze ferroviarie.

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