Il Tirreno

Pistoia

Tra Pavana e l’America i viaggi secondo Guccini

Elisa Pacini
Tra Pavana e l’America i viaggi secondo Guccini

A Dialoghi sull’uomo gran successo per il cantautore intervistato da Marco Aime Nel pubblico ad applaudire, tant pistoiesi di tre diverse generazioni

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PISTOIA. Marco Aime confessa come dal 1971 non si perda un concerto di Francesco Guccini, compreso quando era a fare il servizio militare, perché nelle sue canzoni rivede tutti i momenti della sua vita. Lo scroscio di applausi che segue fa capire che quella non è solo la sua sensazione. Nelle sue parole si rispecchiano i tantissimi stretti ben oltre il tendone di piazza Duomo che – nonostante la pioggia caduta sul venerdì sera di “Dialoghi sull'uomo” – si sono appostati in vari angoli della piazza per ascoltare da fuori il Guccio-pensiero sui suoi viaggi e su quelli che ha fatto più o meno metaforicamente con le sue canzoni.

Nel pubblico, pistoiesi di tre generazioni, da quelli che hanno conosciuto la rabbia de “L'Avvelenata” e di “Cyrano” dai dischi dei genitori fino a chi, come Guccini, ha vissuto nel mito e nella disillusione dell'America. Tutti quelli che, nonostante la “erre” di emiliana inclinatura, sentono il Guccio (nato e poi tornato su quelle montagne che proteggono Pistoia dai venti del nord) uno di loro. D'altra parte anche lui si è sempre sentito in bilico tra tante identità culturali: tra la via Emilia e il West, la frontiera immaginifica degli Stati Uniti degli anni '70, tra l'indole del montanaro di Pavana e l'occhio curioso di un uomo di mondo.

L'America, certo, quella dei soldati che arrivarono a Pavana nell'ottobre del 1944 con la loro (citazione gucciana) “abbondanza” in ogni senso tra chewingum e fiammiferi («I miei nonni li hanno usati almeno fino agli anni '50»). Quella della letteratura dell'adolescenza («Non mi sarei mai sognato di leggere Moravia, a quei tempi, si leggeva Hemingway»), quella dove lo zio Enrico, detto Amerigo (quello dell'album del 1978), scelse di emigrare dagli Appennini.L'America che si incrina, nel pensiero gucciniano, nella guerra in Vietnam e con il primo “sbarco” del cantautore negli Stati Uniti. «Io sono un viaggiatore da poco – ripete – sono stato a Roma per la prima volta nel 1971, a Milano nel 1976”. Eppure le sue canzoni sono piene di luoghi ben più lontani: dall'Asia a Bisanzio (1981, album “Metropolis”),«Un impero straordinario che vive 1000 anni dopo l'impero romano, dove il protagonista Filemazio osserva la sua civiltà ormai decadente. Io la scrivevo e pensavo alla nostra società».

Guccini viaggia con le sue canzoni e narra di grandi viaggiatori da Ulisse a Gulliver e Colombo. «Veri viaggiatori – rimarca il Guccio – mica come noi ora che stiamo due settimane alle Seychelles e poi torniamo, pontificando agli altri grandi verità».

Parola dopo parola, la differenza che Guccini rimarca è proprio quella tra i viaggiatori e i turisti. Ma nei grandi viaggi, ci sono anche le soste come il suo “Autogrill” (1983). «Quell'autogrill non si sa dov'è – conclude- non si sa nemmeno se esiste, certo non è come i nostri autogrill. Dove la trovi una ragazza “bionda senza averne l'aria?». Ma d'altra parte l'importanza delle canzoni di Guccini è proprio questa: vanno bene ieri come oggi. Sia quando fanno ridere, sia quando fanno sognare che quando fanno arrabbiare.

 

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