Il Tirreno

Pistoia

Terapie di gruppo per guarire dal gioco

di Francesco Albonetti

Al Sert di Pistoia sono in cura trentuno pazienti. La responsabile Cinzia Groppi parla dei servizio e dei casi incontrati

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PISTOIA. La fissazione del gioco, o ludopatia, è ormai considerata una droga a tutti gli effetti, o meglio una “dipendenza senza sostanza”. Fanno parte di questa categoria altri comportamenti, come le compulsioni allo shopping e alla navigazione in internet, quelle nei confronti del cibo e persino le fissazioni per il fisico palestrato e per gli sport estremi e rischiosi. Il Sert di Pistoia si occupa di questi casi da circa un anno e mezzo e le persone in cura sono attualmente 31, di cui una quindicina sono inserite in quella particolare terapia di gruppo che l’Asl 3 ha chiamato “Coppie d’assi”. Ne abbiamo parlato con Cinzia Groppi, responsabile del Sert.

Dottoressa Groppi, come nasce la dipendenza per il gioco d’azzardo?

«La psicologia ha ormai stabilito che tutte le dipendenze, compresa quella del gioco, dipende dall’area del cervello che presiede al piacere, quella centrale anteriore. Dal cocainmane all’alcolista al giocatore d’azzardo, la compulsione è sempre la stessa: cambia solo il fatto che nel caso del gioco e di altre dipendenze, manca la sostanza di riferimento, un riscontro. Per questo è più difficile seguirle: non puoi analizzare l’urina, come per un cocainomane, occorrono altre strategie di cura e pensiamo di averle trovate».

Quali sono queste strategie?

«Il nostro lavoro come Sert è iniziato circa due anni fa, ma dovevamo studiare bene questi casi e organizzarci essendo di fronte a una patologia insolita per un Sert. Il trampolino di lancio è stato un Punto di ascolto, utilizzando una delle modalità più accreditate anche per altre dipendenze, quella cognitivo-comportamentale. I risultati sono buoni, ma quasi sempre non duraturi. Così abbiamo innestato altri due tipi di cura: la terapia di gruppo e l’affiancamento con un tutore, che in questo caso è una persona molto vicina, coniuge o familiare. Solo in questo modo si può avere un controllo effettivo sui progressi, non correndo il rischio che il giocatore menta durante il percorso. E’ nato così il programma Coppie d’assi, che sta dando ottimi risultati».

Quanto dura questo percorso di terapia e come funziona?

«Siamo partiti da un anno, ma poi è diventato più lungo, con l’introduzione del diploma. Mi spiego. Nei giocatori la compulsione nasce per la competizione che si stabilisce con una macchina o altro. Noi abbiamo cercato di riportare questa competizione, premiando i progressi, quindi in positivo. Così, il giocatore riceve dei riconoscimenti ogni 100 giorni o sei mesi che riesce a stare lontano dal gioco e, alla fine del percorso, riceve un diploma, ottenendo così una grande autostima. Vi sono vere e proprie feste nel gruppo ogni qual volta un giocatore riesce a concludere positivamente il percorso. La cosa bella è che si stabilisce una competizione e una voglia di emulare anche fra gli altri pazienti».

Quali sono i giochi che danno maggiore dipendenza?

«Le slot machine sono di gran lunga al primo posto: chi frequenta le sale giochi e arriva a quel punto di dipendenza, spesso spendendo interi stipendi, si assenta dalla realtà e fa gli stessi discorsi degli eroinomani, né più né meno. Al secondo posto vengono i videopoker e al terzo i Gratta e Vinci, che hanno una clientela in prevalenza femminile. Come ogni droga, anche nel gioco creano più dipendenza quelli che ci mettono meno tempo dall’uso all’effetto».

C’è stato qualche caso di giocatori passati dal Sert che l’hanno particolarmente colpita?

«È venuto qui un signore disperato e mi disse: “lei mi deve aiutare o quando esco di qui mi ammazzo”. Mi ha particolarmente colpito anche una coppia, lui e lei: si sono presentati insieme perché dipendenti dal gioco entrambi e hanno già concluso felicemente il percorso di terapia. Il terzo caso è quello di un ragazzo guarito dalla tossicodipendenza, ma capì che ancora non stava bene: aveva iniziato con il gioco, spendendo tutto lo stipendio nelle slot machine».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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