Il dolore
Mio marito non è un morto di serie B
La denuncia di Maria: «E’ stato 40 anni alla Breda poi è scomparso per un tumore, ma non ho visto alcun risarcimento»
PISTOIA. Maria è vedova da tre anni. Da quando un tumore si è portato via il marito, operaio della Breda.
Un tumore causato, guarda che strano, dall’amianto. Ma Maria, che vive dalle parti di Pontelungo non ha mai ricevuto una lira (anzi un euro) di risarcimento da parte dell’azienda ferrovoria.
«E ora leggo sul vostro giornale che già ben 151 famiglie sono state risarcite perchè hanno avuto il capofamiglia o comunque un congiunto stroncato da questa malattia terribile. Leggo che la Cgil si sta muovendo. Ma alla mia famiglia tutto questo non è stato dato. Anzi ci è stato detto che visto che aveva lavorato alla Breda in tempi lontani non aveva diritto al risarcimento, quindi evitarono di fare la domanda. Io non so se questo è giusto, mio marito non è un morto meno impotante degli altri».
Maria, il cognome ci ha chiesto la signora di ometterlo, è casalinga. Ha sempre vissuto in casa a Pistoia. Il marito andava alla Breda e lei faceva le faccende e accudiva i figli».
Il marito era nato nel 1938 ed era entrato in aziendanel 1952, praticamente un bambino e poco più.
«Li chiamavano i ragazzi della Fiom – ricorda la vedova - lui è stato alla Breda fino al 1991. Quasi quarant’anni in quella fabbrica. Poi la pensione. Ma se l’è goduta solo per una decina di anni ed era ancora giovane: aveva lasciato la fabbrica con 40 anni di contributi a soli 53 anni».
I guai di salute per il marito di Maria iniziano nel 2001. «Varie malattie, non stiamo a ricordarle. Poi nel 2010 esplode il tumore che se lo porta via in 4 mesi. Una tragedia. Io sono rimasta sola, senza sapere cosa fare».
Ad aiutare Maria un medico pneumologo che quando vede la diagnosi per mia marito, decide lui cosa fare. Con il certificato di morte invia la comunicazione all’Inail, l’istituto nazionale per l’assistenza agli infortuni sul lavoro.
Maria non vorrebbe neppure che la domanda andasse avanti. Per un motivo molto molto semplice.
«Avevo paura che una volta andata avanti la pratica qualcuno chiedesse di riesumare la salma di mio marito. Era una cosa che non volevo assolutamente».
Maria viene rassicurata. Basta la certificazione inviata dallo pneumologo.
E così l’Inail gli rilascia l’agognata pensione.
«Io sono casalinga. Oggi oltre alla pensione di mio marito che mi tocca per la reversibilità, ricevo anche 650 euro per la pensione legata alla malattia professionale che ha portato il mio povero marito alla tomba».
Ma nella mente di Maria c’è la cosapevolezza, quasi un tarlo, che tutto questo non basti. Che al di là dei soldi avuti dall’Inail qualcun altro deve pagare per la morte del marito quando aveva solo 72 anni.
«Non so se prendere l’avvocato per fare causa alla fabbrica. Mi è sempre stato detto che mio marito aveva lavorato alla Breda fino al 1991 e quindi non rientrava fra quelli che potevano avere il risarcimento. Me lo hanno detto al sindacato e io ora voglio sapere perchè c’è questa differenza fra chi in fabbrica ci èandato prima chi dopo. E’ una colpa essere entrato in fabbrica a 14 anni? C’era solo la fabbrica per la gente che non poteva studiare che era arrivata da una condizione bassa».
In pratica
Maria vuole sapere se quei termini siano perentori o se lei. magari aiutata da un avvocato o direttamente dal sindacato può ambire ad ottenere quei soldi.
Ma lei signora ha figli, si faccia aiutare da loro.
«No, io voglio fare tutto da solo. Voglio riuscire a capire ed eventualmente fare una causa. E in nome di mio marito sapere quanti sono gli operai morti che non hanno avuto nessun risarcimento. E magari, per ignoranza, non hanno ricevuto neppure il sussidio dell’Inail. Intanto lei scriva: tutti devono sapere cosa succedeva nella fabbrica».
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