Il Tirreno

Pistoia

Eravamo come marito e moglie

di Corrado Benzio
Eravamo come marito e moglie

Hanning Lover, nomade accusato di estorsione, racconta in tribunale il rapporto con don Mario Del Becaro

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PISTOIA. Vivevamo come marito e moglie. Ci amavamo. Abbiamo avuto rapporti sessuali.

In Tribunale ieri pomeriggio va in scena la confessione di Hanning Lover, zingaro di etnia sinti con residenza al campo nomadi di Prato. Lover (in inglese, paradossalmente, vuole dire amante) racconta da imputato la povera vita di un povero cristo, don Mario Del Becaro, 67 anni. Parroco di Tizzana e Catena di Quarrata, ucciso la notte del 28 dicembre da ignoti in canonica, aveva – più che tendenze – veri amori omosessuali. Un viavai di ragazzi che vivevano e dormivano in canonica, ma nessuno amato come Hanning Lover. Non è l’assassino del parroco, ma è a processo perchè il 18 dicembre del 2012 fu arrestato dopo l’ennesimo ricatto ai danni del sacerdote.

Hanning Lover non si sottrae in aula ad un racconto infamante per un sacerdote che ha fatto voto di castità. Conosce il parroco a settembre e inizia questa relazione. «Io non sono omosessuale – ci tiene a dire di fronte all’incalzare delle domande del pm Giuseppe Grieco – era alla prima esperienza gay».

In quelle case del parroco, parole anche delle perpetua interrogata prima dell’imputato, girano alti ragazzi. C’è Hanning, c’è Gianluca, c’è l’imbianchino. Tutti stanno lì, chiedono aiuto a quel parroco. Ma il povero Del Becaro non sa a chi chiedere aiuto. Se non al fratello (anche lui interrogato ieri )e alla fine ai carabinieri.

Tutto inizia a settembre del 2012. In tre mesi di relazione (e per fortuna il nomade non scende nei particolari scabrosi) spilla al prete qualcosa come 22mila euro. Don Mario al giovane sinti – 25 anni, bella muscolatura esaltata da una t-shirt tipo Brando nel fronte del porto – compra anche un’auto e una roulotte.Tutte durante le gite a Viareggio.

Ma quei soldi a Hanning non bastano mai. Perchè il ragazzo è anche cocainomane.

«Prima non lo ero – sostiene dal banco degli imputati – poi lo sono diventato. Una notte, alle tre aveva bisogno di soldi e don Mario è andato al bancomat a prenderli».

Un prelievo confermato dallo stesso fratello del prete durante l’interrogatorio. Edmundo Del Becaro difende a spada spianata il fratello, ne ricorda addirittura l’estrema parsimonia. Dopo la morte va a verificare l’estratto conto e scopre tutto questo: un deposito di conto corrente prosciugato da uno stillicidio di prelievi al bancomat.

Per Hanning, don Mario arrivava a sborsare fino a 300 euro al giorno. Non servivano solo per la coca. «Con quei soldi andavo a night, oppure al ristorante da solo» racconta il nomade.

«Mio fratello stava sempre peggio – racconta Edmundo Del Becaro – il sabato veniva a cena da noi, era più magro, più preoccupato. Un giorno si presentò con un taglio sulla fronte. Mi disse che c’era una persona che lo ricattava, anzi lo minacciava di morte».

Un giorno Hanning arriva a sfondare una porta della casa del prete. Non spiega bene i motivi, non vuole spiegarli. Prima accenna ad un rapporto sessuale che forse non è andato come dovrebbe poi cambia versione. Tanto è imputato, potrebbe anche rifiutarsi di rispondere, ma la strategia del suo difensore, l’avvocato Mandarano di Prato, è quella che si snoda in aula: non ricattavo nessuno, io del parroco ero l’amante ed il protetto.

Una vicenda di solitudine, di una affettività ricercata ed indirizzata verso un ragazzo nomade che non ha nemmeno le stigmate pasoliniane. Lui si mette con il prete per spillargli più soldi possibili. Per fare la bella vita ed andare al night, magari per andare con una squillo e «ripulirsi» dalla sua omosessualità.

Una storia che chiama in causa un po’ tutti, anche chi di questi poveri parroci dovrebbe controllare comportamenti veri o presunti. Magari anche le voci di paese, dove la gente era sorpresa per quel viavai di ragazze in canonica. Da aiutare certo, sempre e comunque, ma anche da tenere a debita distanza.

Hanning ricattava il parroco. La perpetua conferma che il prete era preoccupato.

Maria Assunta Palumbo da 28 anni era al servizio del sacerdote morto. Oggi ha 54 anni e spiega «di non avere mai visto don Mario e il nomade in atteggiamenti sentimentali. Il ragazzo dormiva sempre quando io andavo a fare le pulizie. Un giorno trovai don Mario con il pigiama strappato davanti. Aggiunse: mi sono infilatoin un guaio. Aiutami Maria».

La signora Palumbo, residente a Quarrata, ha raccontato con toni franchi l’escalation di disperazione del parroco. «Mi chiedono sempre soldi – sono le parole che ricorda la perpetua – ma non posso darli, ma ci sono cose gravi».

La perpetua è esplicita: «Don Mario era più sul tirchio che a scialare. Eppure continuava a pagare. Ma i motivi per cui era ricattato non me li ha mai raccontati».

Si arriva al giorno in cui Hanning si presenta al parroco, ma lui non vuole riceverlo. Vuole, anzi pretende ancora soldi, alla fine il parroco si decide a chiamare i carabinieri.

I quali sentono a lungo il ragazzo.«I carabinieri in quel colloquio in casa del prete mi hanno anche chiesto se avevo avuto rapporti con il parroco». In quella suituazione spunterebbe anche una velata (?) minaccia del ragazzo di «andare a raccontare tutto al vescovo».

Insomma don Mario è nei guai e alla fine si decide a denunciare il ragazzo che finisce in carcere. Per lui l’incubo sembra finito ma solo dieci giorni dopo, fra Natale e Capodanno, viene trucidato in canonica.

Da allora i carabinieri cercano, inutilmente va detto, gli assassini del sacerdote. Intanto la sua figura viene definitivamente infangata in un aula di Tribunale.

Alla prossima udienza, in programma il 2 maggio verrà sentito il padre del giovane sinti. Si vuole sapere da lui quanti e quali regali erano stati fatti al ragazzo dal parroco.

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