Sicurezza
Nessuna irregolarità all’inceneritore
Rispettate le indicazioni sul trattamento dei carboni attivi: assolti gli ex responsabili Fazio e Capocci
PISTOIA. Non ci sono state violazioni delle misure di sicurezza sull’uso dei carboni attivi all’inceneritore di Montale nel periodo dal novembre 2008 a gennaio 2009. Il giudice monocratico Luca Gaspari, ieri, ha assolto «perché il fatto non sussiste» l’ex presidente del Cis Angelo Fazio e l’allora responsabile tecnico dell’inceneritore Maurizio Capocci, accusati appunto di aver violato le procedure di sicurezza. In particolare, secondo la procura, i due avrebbero avallato la procedura secondo cui nei serbatoi dell’inceneritore venivano caricati carboni attivi senza attendere l’esito degli esami a campione che dovevano verificare l’idoneità dei carboni stessi.
Questo materiale serve ad abbattere, nei fumi dell’inceneritore, le sostanze inquinanti più pericolose. Importantissimo, quindi, che le caratteristiche chimiche siano quelle giuste per “ripulire” nel modo più efficace le emissioni in atmosfera.
Proprio per questo la Provincia, dopo le emissioni fuorilegge di diossina del luglio 2007 (per le quali lo stesso Capocci, insieme all’allora presidente del Cis Giorgio Tibo, sono stati condannati a un anno e mezzo di reclusione), emise una serie di prescrizioni molto precise sui carboni attivi. E il Cis si autoimpose controlli a campione sulla qualità delle forniture, controlli che venivano eseguiti da un laboratorio di Lucca, l’Ecostudio. Tutto questo però non impedì che il 4 ottobre 2008 l’impianto andasse in blocco perché gli ugelli dei carboni attivi si intasarono.
Da lì prese le mosse un’inchiesta della Guardia forestale coordinata dal pm Emiliano Raganella, che passò al setaccio i mesi di gestione dell’impianto di Montale da novembre 2008 al gennaio successivo. Appurando – questa almeno la tesi dell’accusa – che i carboni attivi venivano “caricati” nell’inceneritore senza attendere i risultati del laboratorio d’analisi lucchese sui campioni prelevati dal carro cisterna che di volta in volta effettuava il trasporto. Di qui il rinvio a giudizio dei due responsabili, Fazio e Capocci.
Nel processo si erano costituiti parti civili sia il Comitato contro l’inceneritore sia Legambiente.
Secondo i difensori degli imputati (avvvocati Andrea Niccolai per Capocci e Cecilia Turco per Fazio) le prescrizioni sulla qualità dei carboni attivi sono sempre state rispettate dal Cis. Semplicemente, la prassi era di non attendere la relazione completa sulle analisi, ma di farsi dare per le vie brevi (cioè per telefono) il dato sulla concentrazione di iodio, che è poi la varia bile considerata fondamentale per l’efficacia anti-inquinamento dei carboni attivi. Per avere questo responso ci volevano al massimo un paio d’ore. Nella sua arringa, l’avvocato Niccolai ha ricostruito i tempi di tutti i viaggi documentati dall’indagine.
Dopo l’arrivo di queste informazioni, i camion scaricavano i carboni attivi. Il resto dei risultati delle analisi arrivava dopo, come aveva messo in luce l’inchiesta.
Il pm d’udienza, Massimiliano Tesi, ha contestato questa ricostruzione, giudicandola poco plausibile. Ma il giudice Gaspari, dopo una breve camera di consiglio, ha pronunciato la sentenza di assoluzione, facendo pensare di aver accolto, nella sostanza, le argomentazioni degli avvocati difensori.
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