Sicurezza
Gangale trasferito dalla rianimazione
Rapina di Buriano, il giovane elettricista da ieri al Cto. La sorella: «È durissima, ma s’è attaccato alla vita»
QUARRATA. «Finalmente, finalmente» dice Cristina Gangale. «Ce l’hanno trasferito, è una buona notizia. L’aspettavamo da settimane. È dura, durissima. E sarà lunga. Non sappiamo nemmeno come finirà, ma Gianmichele vuole vivere. Ce lo davano per spacciato e invece lui s’è attaccato alla vita. “Un’anima salvata, salva tutte le anime” gli ha scritto un’infermiera quando ha saputo del trasferimento».
Due mesi in neuro rianimazione. Paralizzato dal collo in giù. Due mesi con un macchinario per respirare al posto dei polmoni, con febbre e infezioni. Sempre sospeso tra la vita e la morte. Da quel 24 gennaio scorso, quando un sedicenne albanese fece irruzione nella villetta di Buriano con altri due criminali per rubare alla famiglia Gangale quei pochi soldi custoditi in cassaforte, frutto del lavoro di una vita, quello in cantiere del capofamiglia muratore.
Ginamichele Gangale, elettricista di 34 anni, non ha avuto nemmeno il tempo di scendere l’ultimo gradino. Il minorenne della banda l’ha colpito prima ancora che il giovane operaio potesse anche solo pensare reagire. Gli ha lesionato il midollo e perforato un polmone. Dopo il lungo ricovero in neuro rianimazione, nell’ospedale fiorentino di Careggi, dov’era stato trasportato dal presidio di Pistoia la sera stessa della rapina, «finalmente» ieri per Gianmichele Gangale è arrivato il trasferimento al Cto, Unità spinale.
«Ce lo davano per spacciato e lui, invece, s’è attaccato alla vita – dice la sorella Cristina – È solo grazie alla sua forza di volontà, al suo animo forte e alla sua voglia di vivere se Gianmichele è ancora con noi. Lui vuole vivere. Ci hanno detto che inizieranno a fargli fare riabilitazione alle braccia, per vedere se col tempo riuscirà a fare dei piccolissimi movimenti. È tanto magro. Già era magrino prima … Non mangia. Non ha voglia di dire niente. È stanco. Suda, suda moltissimo. Però non s’è arreso. Un’infermiera del reparto quando ha saputo del trasferimento gli ha scritto una lettera. Non l’aveva mai fatto con nessun paziente in tanti anni di lavoro. Mai. Mai con nessuno. Con Gianmichele però sì. N’ha visti tanti, in tutti questi anni all’ospedale, anche ragazzi giovani, ma uno come lui non gli era mai capitato. Ha passato le pene dell’inferno ma non si è mai lamentato. Ha mostrato sempre coraggio. E lei gliel’ha voluto dire, con una lettera. “Un’anima salvata salva tutte le anime”. C’ha un coraggio quel ragazzo. A me dice “non piangere”, ma io mica ce la faccio. Ora non si sa cosa ci aspetta. Di sicuro, anche a pensare bene, sarà una strada lunghissima. Difficilissima. Lì a Careggi ci dicono che tutto quello che finora Gianmichele ha conquistato contro ogni previsione, è dovuto alla sua forza di volontà e al suo animo forte. È sul suo coraggio che contiamo».
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