Sicurezza
«Violenze all’asilo Fummo per giorni testimoni impotenti»
Cip Ciop, condanna grazie alle telecamere spia della polizia Gli investigatori: «Ma che sofferenza davanti a quei video»
PISTOIA. «Dieci giorni di sofferenza interiore, per me e per i miei collaboratori, per quello che vedevamo attraverso le telecamere e per il fatto di non poter intervenire immediatamente se volevamo dimostrare in modo inoppugnabile i maltrattamenti. L’arresto fu una vera e propria liberazione, per i bambini e per noi».
All’indomani della condanna delle due maestre del famigerato asilo Cip Ciop, è il vicequestore aggiunto Antonio Fusco, capo della Squadra mobile di Pistoia, a ricordare quelle intense settimane di angosciose indagini che hanno poi portato alla sentenza del gup di Genova.
Indagini portate avanti con la consapevolezza che se non fossero state condotte scrupolosamente o se fossero state interrotte troppo presto sarebbero state inutili ai fini processuali.
«Sicuramente è stata un’indagine importante, che ha fatto scuola e alla quale molte altre forze di polizia in Italia si sono ispirate per affrontare casi analoghi – spiega Fusco – ma la soddisfazione professionale – ammette – non riesce a coprire nemmeno in parte l’amarezza per quello che è successo».
Gli investigatori della Sezione minori Squadra mobile della questura, diretti dall’ispettore Severina Romano, si misero al lavoro quando arrivò loro la segnalazione da parte di un collega, l’agente scelto Simone Mucciola, in servizio alla Stradale di Pistoia, che aveva raccolto alcune lamentele di genitori sul comportamento delle maestre dell’asilo Cip Ciop nei confronti dei bambini.
«Ci rendemmo subito conto – ricorda il capo della Mobile – che c’era qualcosa che non andava in quella struttura e che bisogna approfondire. Ma non avremmo mai potuto immaginare l’entità degli abusi che poi ci siamo trovati di fronte. Quando ci fu la prima riunione operativa con gli investigatori della Sezione minori diretti dall’ispettore Severina Romano, posi un condizione imprescindibile: bisognava trovare il modo che non diventasse un nuovo caso Rignano Flaminio. Dovevamo lavorare con cura e pazienza per raccogliere prove che non consentissero, dopo gli arresti, all’opinione pubblica di divedersi tra innocentisti e colpevolisti. Se le maestre avevano responsabilità, queste dovevano essere inoppugnabili, vista anche la gravità dei reati che venivano contestati».
In procura il caso fu assegnato al pm Ornella Galeotti. Fu lei a studiare il modo di poter installare delle telecamere spia all’interno dell’asilo anche se, all’epoca, non erano possibili intercettazioni per il reato di maltrattamenti in famiglia. Cosa che oggi è prevista grazie all’approvazione della Convenzione di Lanzarote, che ha aggravato le pene per questo reato.
«Grazie anche alla collaborazione di tecnici inviati dal Servizio centrale operativo della Polizia di Stato di Roma – aggiunge il vicequestore Fusco – riuscimmo ad installare le tre telecamere senza che nessuno si accorgesse di nulla. E così iniziarono i dieci giorni di osservazione: giorni di sofferenza interiore per me e per i miei collaboratori, per quello che vedevamo e per il fatto di non poter intervenire immediatamente se volevamo dimostrare in modo inoppugnabile i maltrattamenti».
Quindi, la mattina del 2 dicembre 2009, l’intervento della polizia al Cip Ciop e gli arresti di Anna Laura Scuderi ed Elena Pesce.
«I bambini non si accorsero di nulla perché con noi c’erano alcune educatrici esperte che si sostituirono alle maestre arrestate e li accudirono sino al normale orario di chiusura dell’asilo. Facendoli giocare come forse non avevano mai potuto fare tra quelle mura».
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