Il Tirreno

Pistoia

Filippo Pacini, un genio dimenticato

di Mariella Frosini
Filippo Pacini, un genio dimenticato

Scoprì il vibrione del colera 30 anni prima di Koch, è citato nei libri di testo ma anche in città sono pochi a conoscerlo

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PISTOIA. Ancora oggi gli studenti di medicina ritrovano il suo nome ben tre volte nei testi sui quali preparano gli esami, ma anche a Pistoia, dove in via Buozzi è affissa la lapide che ricorda la sua casa natale e dove a lui sono intitolati una strada e una scuola secondaria, pochi sapevano chi fosse e cosa avesse fatto Filippo Pacini, almeno fino a che la Fondazione Cassa di risparmio di Pistoia e Pescia non gli ha dedicato una mostra (aperta fino al 31 ottobre) alla quale per primi sono stati invitati tutti gli studenti dei corsi universitari pistoiesi di infermieristica e fisioterapia.

Oggi con tutti i telefilm di polizia scientifica che vediamo in tv, è abbastanza normale pensare di esaminare tessuti e cellule umane al microscopio ma quando nel 1830 ancora non si sapeva dell’esistenza di virus e batteri e le malattie si curavano con i salassi di sanguisuga, pensando fossero causate da miasmi e umori non ben determinati, fu Filippo Pacino uno dei primi ad utilizzare uno degli antenati degli attuali microscopi per fare le sue scoperte, anticipando di quasi 30 anni la nascita della moderna batteriologia.

Di umili origini, Pacini per continuare i suoi studi alla scuola medica di Pistoia che aveva un’antica tradizione (si pensi solo che il termine bisturi deriva dal toponimo “Pistoia” perché in antico in via dei Fabbri venivano realizzati i primi ferri chirurgici) fu aiutato da un mecenate pistoiese, il nobile Niccolò Puccini, che gli mise a disposizione un microscopio nella sua villa da Scornio. Ancora studente Pacini nel 1835 fece la sua prima scoperta: i corpuscoli delle dita della mano che permettono di sentire la pressione e il tatto nei polpastrelli.

Ma la sua scoperta più importante fu nel 1854 l’individuazione del vibrioma che causa il colera. Studiando al microscopio le mucose intestinali dei morti di colera vi scoprì un gran numero di questi minuscoli elementi che vibravano (da qui il nome vibrioma) e arrivò alla conclusione che fossero la causa della pandemia.

La scoperta che fu da lui pubblicata con la casa editrice Cino di Pistoia era rivoluzionaria ma nessuno volle credergli e anzi fu quasi tacciato di eresia. La comunità scientifica dell’epoca snobbò Pacini, quando addirittura non lo osteggiò e tutto passò sotto silenzio.

Tutti gli onori della stessa scoperta invece, 30 anni più tardi, andarono al tedesco Robert Koch, uno dei padri della batteriologia, già scopritore del bacillo della tubercolosi, che per il suo lavoro ebbe meriti e riconoscimenti.

Nel 1883 mentre in Europa imperversava la disputa sul nome della nuova disciplina, per Koch si doveva chiamare batteriologia per Pasteur invece microbica, Filippo Pacini che non si era mai sposato e aveva speso ogni sua risorsa per continuare la ricerca scientifica, moriva solo e probabilmente amareggiato, nella sua casa in via Fiesolana a Firenze. Tanto era sconosciuto che fu difficile anche piazzare i suoi lasciti: i suoi vetrini da microscopio tra cui quello in cui era stato isolato per la prima volta il vibrione del colera rimasero al museo di anatomia di Firenze, i manoscritti andarono alla biblioteca nazionale mentre andarono dispersi nei mercatini antiquari tutti i libri della sua biblioteca.

Il merito della scoperta del vibrione del colera fu attribuito a Pacini solo molti anni dopo la sua morte, nel 1966 quando il Comitato internazionale sulla nomenclatura gli rese giustizia, adottando ufficialmente il suo nome per indicare l’agente responsabile del colera “Vibrio Cholerae Pacini 1854” come ancora oggi è chiamato. Porta il suo nome anche la terza scoperta di Pacini non meno rivoluzionaria per l’epoca, una delle prime tecniche di respirazione artificiale, con la quale rianimò almeno 8 persone affogate in Arno.

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